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Distante, glaciale e fremente di rabbia. La Jacqueline “Jackie” Lee Bouvier Kennedy Onassis di Natalie Portman vola a Los Angeles, per battersi con attrici romantiche, cantanti liriche, vittime di razzismo e di violenza e vincere il titolo di migliore performance femminile dell’anno. Al netto della corsa agli Oscar, tuttavia, Jackie di Pablo Larrain – autore cileno che ha convinto pubblico e critica con No – I giorni dell’arcobaleno (2012) e col più recente Il Club (2015) – è un film che ha molto da dire, un prodotto finemente realizzato sotto innumerevoli punti di vista.

“Natalie Portman cries a lot”

Uno dei punti di forza di Jackie sta nell’interpretazione della Portman, che ha svolto un lavoro – su se stessa e sul personaggio – profondo e notevole: il senso di artificio e di sospensione che la voce, le pause e il respiro stesso della protagonista trasmettono allo spettatore, ricostruiscono quell’aura fragile e innaturale della vera ex first lady. Jackie, nel film come nei filmati di repertorio, fluttua nella gabbia dorata della White House presidenziale con gli occhi sgomenti di terrore e il sorriso bianchissimo stampato in volto. La morte, poi, del presidente e consorte John “Jack” Kennedy la priva di quell’unico sostegno che riusciva a dare una seppur vaga direzione alla sua vita. Si dice spesso che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna a sostenerlo: ma che succede se quel grande uomo esce di scena e la donna non ha più nessuno a farle ombra?

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La scelta stessa di indossare quel tailleur Chanel rosa – passato alla storia del costume come uno degli abiti più rappresentativi dell’epoca – imbrattato del sangue del marito, durante il giuramento del suo successore, la dipinge come eroina tragica, sola contro il mondo nella difesa di un’immagine faticosamente costruita. Proprio in quello Chanel sporco di sangue c’è tutta la rovinosa caduta della favola del giovane e eroico presidente e della sua bella, raffinata e dolce compagna. È proprio Jackie a spiegare – in una scena del film – quanto sia importante la forma nella lotta per la sopravvivenza: in una vita di lutti, pressioni, solitudine e sofferenza, è la bellezza a donare ristoro e “Gli oggetti – ricorda la protagonista – durano più delle persone”.

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Storia di una first lady

Jackie è distribuito nelle sale all’indomani della fine del mandato di Barack Obama, uno dei pochi presidenti ad aver avuto la stessa carica iconica del tragicamente defunto John Fitzgerald Kennedy. Così come Jackie, Michelle Obama ha interpretato con studiata freschezza il ruolo della first lady, diventando una delle regine dell’altra metà del cielo americana. Democratici, giovani e mediaticamente ineccepibili, i Kennedy e gli Obama hanno bisogno di marchiare a fuoco nell’immaginario collettivo il loro passaggio e Hollywood ha dimostrato più volte di essere un’ottima spalla. Così come in Southside with You (in Italia, Ti amo presidente) – ma in maniera decisamente meno esplicita – la scia Obama continua a illuminare la cinematografia americana, come la coda di una cometa nel buio cielo Trump: la Camelot citata nel film è nuovamente sul punto di crollare e Jackie è, ancora una volta, la sua disperata vestale.


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