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La moda del foodporn, così come l’internazionalismo di ultima generazione impone di chiamarlo, ha invaso i media, contaminando inesorabilmente la nostra cultura. Se i talent show di cucina attirano circa 1.489.804 spettatori a stagione (parliamo di Masterchef Italia, la punta di diamante del genere) e i social sono invasi di fotografie in grado di mettere appetito anche al palato più difficile, anche la storia dell’arte – come sempre – riesce a dire la sua.

Dai primi secoli di storia dell’umanità, l’artista ha indugiato con particolare gusto nella raffigurazione della tavola, servendosene per veicolare messaggi spesso ben più complessi. Per esempio, il tema iconografico dell’Ultima cena, ebbe grandissima fortuna sia per il suo alto valore religioso, sia perché dava l’opportunità di esercitarsi col ritratto di gruppo, data l’esigenza di raffigurare tutti insieme i dodici apostoli, Gesù e, in alcuni casi, anche osti e camerieri. L’esempio più famoso è l’Ultima cena di Leonardo da Vinci, raffigurata con la tecnica dell’affresco nel refettorio di Santa Maria della Grazie a Milano.

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Tutte le figure sono animate da moti interiori individuali, arricchiti dallo studio e dalla dedizione per la mimesis tipici del Genio rinascimentale. Sulla tavola Leonardo ha appoggiato pesci e arance, i primi tradizionalmente legati alla figura di Gesù (sia nei Vangeli, sia nella storia del Cristianesimo), le seconde, simbolo pagano di buon auspicio e prosperità.

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Un’altra cena, un’altra tavola. In questo caso, il tema mangereccia non è inquadrato in un ritratto di gruppo, ma in uno individuale. Lontano dal tema sacro, Annibale Carracci – pittore di età manierista di origine emiliana – si dedica alla raffigurazione del reale e del popolare, attraverso l’immagine di questo Mangiatore di fagioli. Carracci apre una strada sino a quel momento battuta raramente dai suoi illustri colleghi pittori, quella della rappresentazione della vita del popolo. La foga con cui l’uomo mangia il suo piatto di fagioli, accompagnato da cipolle funghi, patate e un fiasco di vino bianco, è senz’altro molto credibile: la fame è un bisogno di ogni epoca e Carracci la consacra come tema universale, attraverso il grandioso mezzo della pittura.

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Facciamo un salto nel tempo e arriviamo all’America degli anni Sessanta. Sono gli anni del boom economico, del consumismo e del pop e Andy Warhol mette in piedi la sua rivoluzione mediatica decidendo di elevare allo status di opera d’arte un prodotto da supermercato. L’insistenza modulare con cui l’immagine è reiterata dentro e fuori la tela, l’ha resa una vera e propria icona, legando indissolubilmente il marchio alla carriera dell’artista. Anche oggi, ogni qualvolta acquistiamo una lattina di zuppa Campbell, sentiamo di essere entrati in possesso di un pezzo di storia dell’arte, assaporando – letteralmente – la democrazia della celebrità predicata da Warhol.


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