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Forse sono di parte, ma dopo aver letto (e amato) Sandman, tutto ciò che è benedetto dalla firma di Neil Gaiman porta in dote valanghe di entusiasmo e aspettativa. Tuttavia, al netto delle preferenze e delle inclinazioni personali, la puntata pilota di American Gods, tratto dal romanzo di Gaiman del 2001, ha diversi elementi positivi, che promettono una serie breve ma intensa. In soli otto episodi, la Starz porterà sul piccolo schermo (del Pc) l’epopea mitologica di una delle menti più colte e immaginifiche della letteratura americana contemporanea. Per riuscire in questa missione, si è avvalsa di un cast e di un character design di tutto rispetto, noto nella comunità di fan prima ancora della distribuzione della prima puntata.

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Il protagonista, Shadow Moon, è interpretato dal campione di calcio, rugby, football americano e atletica, Ricky Wittle che, col suo fisico sportivo, non manca di dare soddisfazione nelle impegnative scazzottate con cui già si cimenta nel pilota. Nei panni di Mr. Wednesday (dietro cui si nasconde il dio Odino), Ian McShane, attore, doppiatore (ha prestato la sua voce per un’altra creatura di Gaiman, Coraline) e regista britannico, visto in diversi blockbuster, tra cui I Pirati dei Caraibi, nel ruolo di Barbanera. Sempre nel primo episodio, incontriamo altri personaggi che – si capisce – saranno fondamentali per lo svolgimento della storia: il Leprecauno Mad Sweeney (Pablo Schreiber), Bilquis (Yetide Badaki) e Technical Boy (Bruce Langley). Tutti e tre fanno riferimento a figure della mitologia antica e contemporanea: dai riferimenti celtici di Sweeney (dichiarati anche nel primo incontro col protagonista), alle radici africane di Bilquis, che altri non è che la Regina di Saba, simbolo di bellezza e lussuria citato anche nella Bibbia, al profilo high tech della nuova divinità, ognuno di loro è la personificazione di un concetto.

La sequenza iniziale, che racconta di come Odino – e, con lui, lo spirito della Guerra – sia arrivato nel Nuovo Continente, ricorda, sia nella regia, sia nella fotografia, alcune scene del celebre 300, tratto da un altro maestro del fumetto, Frank Miller. Lo scontro tra vichingi si tinge di toni fortemente pulp, servendosi del rallentatore per sottolineare l’azione – esattamente come nel discusso film di Zack Snyder. La fotografia desaturizzata, che vira decisa sui toni del blu rende, infine, omaggio ai colori freddi della terra d’origine dei Vichinghi. Il fumetto, linguaggio decisamente fortunato per Gaiman – che, oltre a essere l’autore del soggetto è anche produttore esecutivo – torna nell’apertura della serie, per la gioia degli occhi degli spettatori (e un po’ meno per gli occhi dei vichinghi).

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Nel resto della puntata, la regia prosegue il racconto in maniera più lineare, badando bene a presentare i diversi protagonisti della storia con i loro elementi-chiave di carattere e ruolo, così come conviene a ogni buon pilota. Una nota di merito va alla scelta di non presentare tutto e tutti sin dal primo episodio, evitando l’effetto-Suicide Squad (termine appena coniato, per indicare una raffica di sketch slegati tra loro, affiancati al solo scopo di presentare tutti gli elementi di un gruppo). The Bone Orchard – questo il titolo del pilota – in 42 minuti, invece, mostra abbastanza ma non troppo, suscitando la curiosità e dando slancio agli eventi che sono destinati a succedersi.

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Esattamente come nella mitologia antica, gli dei – pur nella loro perfezione – non rifuggono la compagnia dell’essere umano, anzi. Sembra chiaro, sin dalle prime battute, che le divinità americane abbiano un forte bisogno dell’umanità, sia per perseguire i loro scopi, sia – e soprattutto – per giustificare, nell’adorazione, la loro esistenza. Come in Sandman, Gaiman utilizza delle figure pop e alla portata del lettore/spettatore per esprimente concetti estremamente complessi e suggestivi, attingendo alla sua vasta cultura semiotica per imbastire racconti di grande fascino. E così, in un nuovo linguaggio che rifonda l’epica classica inventando i supereroi, American Gods si riserva il diritto di riscrivere il Pantheon internazionale, concentrando negli Stati Uniti un nuovo, epocale, scontro tra la vecchia e la nuova generazione di divinità.


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