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Ci sono migranti di nuova generazione e chi, invece, ha lasciato l’Italia diversi anni fa alla ricerca di terre lontane e nuove prospettive. Questo è il caso di Giuseppe Marchese, architetto barese laureatosi a Firenze partito alla volta del subcontinente indiano dove – attualmente – esercita il suo lavoro in una società completamente diversa da quella a cui siamo abituati.

Quando e perché ha maturato la decisione di lasciare Bari e l’Italia?

Ho lasciato l’Italia nel 1997. Il mio lavoro, così come stava andando, era demotivante e mal pagato. Inoltre avevo maturato un forte bisogno di cercare una vita nuova, al di là della dimensione lavorativa, qualcosa che mi desse soddisfazione anche al livello interiore.

Com’è la sua vita in India?

Vivo ad Auroville vicino Pondicherry in Tamil Nadu a Sud. Auroville è un esperimento di convivenza internazionale: qui, uomini e donne di ogni nazione, di ogni religione e tendenza politica convivono in una città pensata per realizzare l’unità umana e una vita di pace e armonia. Qui lavoro come architetto, dopo la mia laurea a Firenze, e esercito il mio mestiere all’interno di questa comunità e nel resto dell’India, insieme a studenti di tutto il territorio.

Che differenze ci sono, secondo lei, rispetto all’Italia, all’Europa?

Le differenze sono tantissime, a cominciare dalla cultura per finire alla cucina: questo è davvero un altro mondo. Da un punto di vista lavorativo dipende da caso a caso. Ognuno si approccia al suo campo in maniera diversa, che sia freelance o dipendente in una qualche azienda. Una cosa, però, è sicura, l’India è un paese in via di sviluppo e in pieno boom economico, quindi l’opportunità sono ad ogni angolo.

C’è un pregiudizio o un luogo comune che vorrebbe smentire sul posto in cui vive?

La povertà. In un paese di un miliardo e 200 milioni di persone è automatico che ci siano i meno abbienti, come in tutto il resto del mondo. Molti stranieri, però, sono erroneamente portati a giudicare “povero” un modo di vivere tipico soprattutto delle zone rurali, solo perché molto diverso da quello occidentale. Posso affermare, però, che una persona indigente in India sta meglio di una che sta in Italia. Qua la povertà si vive con dignità e spesso con un sorriso.


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