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Le speranze oramai disperse degli operai ex Om di Bari. Quelle tramutate in incertezza e ira dell’Ilva di Taranto in sciopero per la difesa della sicurezza e del salario. L’inquietudine mai scomparsa per i lavoratori del gruppo Natuzzi. Le vertenze dei call center contro le paghe indegne e dei dipendenti della grande distribuzione contro le aperture dei centri commerciali durante i giorni di festa. È un Primo maggio di lotta e rassegnazione quello dei lavoratori pugliesi. Una Festa di riscatto e delusione per tanti di loro. Le questioni aperte sono tante, come i nodi da sciogliere.

Nei prossimi giorni il fallimento della società Tua, che lo scorso anno aveva regalato illusioni ai 180 operai e tecnici della ex Om carrelli elevatori, si chiuderà definitivamente. Una pietra tombale per le residue speranze di produrre la sbandierata mini auto elettrica e per garantire la cassa integrazione in deroga a chi era stato assunto da una società, di fatto, esistente solo sulla carta.

La loro rassegnazione, dopo sette anni di battaglie e i tanti progetti di reindustrializzazione dello stabilimento naufragati, è lo specchio di una crisi dettata da una globalizzazione del capitalismo che non ha risparmiato colpi bassi, condizioni di vita precarie, problemi personali e collettivi, in favore di costi ridimensionati e profitti in espansione. L’Om chiuse per una scelta strategica della Kion, la multinazionale tedesca proprietaria delle officine della zona industriale di Modugno, e nonostante il lavoro delle istituzioni e dei sindacati e il sacrificio del lavoratori, non ha più aperto le sue porte. E ora quel sacrificio conoscerà anche le difficoltà di una vita in assenza di tutele, ammortizzatori sociali e sostegno al reddito.

Un incubo che torna anche per i lavoratori Natuzzi. Dopo i tanti accordi siglati con l’azienda e i programmi di rilancio il gruppo è tornato a parlare di esuberi. Ben mille su 2 mila e 100 dipendenti.

Una situazione causata, secondo l’azienda, dalle sentenze del Tribunale di Bari che hanno sancito il reintegro di 174 dipendenti, che avrebbero bloccato l’investimento da 13,5 milioni già programmato.

Una prospettiva, quella degli esuberi, respinta di netto dai sindacati, che ha aperto una nuova vertenza con la grande impresa di produzione di divani e arredi.

Ma è un altro Primo maggio difficile anche per i lavoratori dell’acciaieria Ilva di Taranto. Lo sciopero indetto dai sindacati nelle scorse ore arriva per chiedere sicurezza in fabbrica e garanzie sul futuro ai nuovi acquirenti del grande siderurgico, vale a dire ad Arcelor Mittal. Sullo sfondo la volontà dei nuovi padroni di non confermare 4 mila lavoratori (su 14 mila), per poi arrivare a un numero massimo di 8 mila. A ciò si aggiunge il braccio di ferro sui salari, che la cordata franco-indiana vorrebbe spogli di accessori, causando perdite per ogni dipendente fino a 5 mila euro per anno. Una situazione sempre pronta esplodere che oggi sarà affrontata da un altro punto di vista sul palco del grande concerto organizzato dal Comitato dei cittadini e lavoratori Liberi e Pensanti, che alla vigilia ha visto sorgere la polemica tra l’attore Michele Riondino, protagonista dell’organizzazione, e i sindacati, attaccati ancora una volta perché impegnati in uno sciopero definito “di facciata” alla vigilia del loro evento. Una polemica che di certo non contribuisce a unire il fronte della città e dei lavoratori in un momento delicatissimo per chi vive (e chi muore) per mano della fabbrica.

Questa mattina, prima del concerto, il governatore della Puglia, Michele Emiliano, parteciperà a un confronto sul presente e il futuro dell’acciaieria e della città. Un dibattito dal quale si attendono anche risposte su nuove strade da percorrere per il lavoro e misure concrete per la sanità (l’altra faccia della medaglia) mal ridotta e ridimensionata per mano della Regione nel territorio con una delle emergenze più complesse al mondo.

 


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