Il primo semestre del 2018 si è concluso e per l’economia ed il mercato del lavoro italiano, messi alla prova anche dal tortuoso percorso che ha portato alla nascita del nuovo Governo, i segnali continuano ad essere contrastanti: se da un lato la ripresa si consolida e l’occupazione cresce in modo netto, dall’altro i contratti a tempo determinato tornano a rappresentare la tipologia di rapporto di lavoro maggiormente diffusa, mentre gli stipendi netti dei giovani neolaureati crollano rispetto ai valori antecedenti alla crisi.

I dati sull’occupazione in Italia a maggio

Secondo le più recenti rilevazioni dell’Istat, a maggio il tasso di disoccupazione diminuiva di ben 0,3 punti percentuali su base mensile, portandosi su un valore pari al 10,7%, il più basso dall’agosto del 2012. Tradotto in numeri, i lavoratori messi a contratto nel corso del mese oggetto dell’indagine erano 114.000, con un picco per quanto riguarda gli ultracinquantenni contrattualizzati, cresciuti di 98.000 unità. Buoni i risultati anche per gli italiani appartenenti alla fascia d’età 25-34 anni, per i quali a maggio venivano registrate 31.000 nuove assunzioni (con un tasso di disoccupazione al minimo da sei anni e pari al 31,9%).

L’aumento degli occupati – a maggio pari al 58,8% della popolazione in età lavorativa – appare tanto più interessante quando si considera che parallelamente diminuiva anche il numero degli inattivi (meno 13.000), cioè delle persone prive di un impiego e non attivamente alla ricerca.

Altri dati, tuttavia, rivelano un quadro ancora ben lontano dall’essere davvero confortante. In primo luogo, l’Italia continua ad occupare le ultime posizioni in classifica tra i paesi europei per quanto concerne il tasso di occupazione (impietoso il confronto con il 74,6% del Regno Unito o il 75,4% della Germania). Inoltre, a crescere nell’ultimo anno non sono state le forme di contratto stabili, ma quelle a termine, giunte al nuovo record di 3 milioni e 74.000 unità.

La situazione occupazionale dei giovani laureati

A completare la panoramica sulla situazione del mercato del lavoro tricolore ci pensa l’annuale report dell’associazione AlmaLaurea, che si occupa proprio di monitorare la condizione occupazionale dei giovani laureati. Secondo quanto riportato all’interno del report 2018, il 76,2% dei dottori in possesso di un titolo di laurea magistrale risulta occupato ad un anno dalla tesi. Il dato cresce, raggiungendo addirittura il 91%, a distanza di cinque anni dal conseguimento del titolo di studio.

Note dolenti, tuttavia, anche per i giovani dottori formati dagli atenei italiani: lo stipendio netto, ad un anno dalla laurea, si attesta attorno ai 1.143 euro, un valore lontano da quello medio registrato in Europa e, soprattutto, inferiore persino a quello rilevato nel 2004 in Italia.

Perché continuare ad investire nella formazione conviene: l’esempio degli HR specialist

Così, nonostante la formazione di alto livello continui ad offrire maggiori chance di una buona collocazione nel mercato del lavoro, dal punto di vista della retribuzione e della possibilità di un rapido avanzamento di carriera il conseguimento della laurea triennale, magistrale o a ciclo unico non rappresenta più la conclusione del ciclo di studi, ma un ulteriore step in un percorso di formazione costante, necessariamente destinato a proseguire nel tempo.

Il settore della gestione delle risorse umane rappresenta un esempio lampante delle possibilità che possono scaturire da un investimento continuativo nell’approfondimento delle proprie conoscenze e nello sviluppo di nuove competenze.

Stando ad uno studio recentemente pubblicato dalla società di consulenza Mercer relativo proprio alle retribuzioni nel settore HR (Human Resources) su scala europea, emergerebbe in modo molto chiaro una netta discrepanza tra gli stipendi medi delle figure junior in Italia nel confronto con quelle di paesi come Germania, Francia e Inghilterra. Di contro, spostandosi verso l’apice della piramide organizzativa, si scopre che i capi delle risorse umane e, in generale, le figure manageriali nell’ambito HR, in Italia raggiungono livelli di retribuzione tra i più alti dell’intero Vecchio Continente, arrivando, nel caso delle grandi aziende, a superare i 220.000 euro lordi all’anno.

I vantaggi della formazione specialistica: il caso dei master in gestione delle risorse umane

Sorge spontaneo chiedersi quali siano i percorsi di studi che consentono di perfezionare la propria professionalità accelerando le consuete tempistiche di carriera o aprendo le porte a ruoli di spicco in azienda anche senza aver maturato una lunga esperienza sul campo.

La risposta affermatasi negli anni più recenti è quella formulata dagli enti di formazione conosciuti come Business School, che propongono master e corsi di specializzazione destinati a neolaureati o a professionisti con rodate competenze nel settore. A differenza dei consueti master universitari, quelli organizzati e proposti dalle Business School puntano sullo sviluppo di competenze pratiche e di un preciso metodo di lavoro, con l’obiettivo di mettere il discente subito in condizione di esprimere il proprio valore una volta inserito nel contesto aziendale.

Così, all’interno della programmazione del “Master Gestione Risorse Umane” delle Business School più quotate trovano spazio sia lezioni incentrate sull’acquisizione di nozioni teoriche specialistiche, che frequenti esercitazioni basate sull’approfondimento di casi di studio, ma anche sul role playing, ovvero la simulazione di situazioni reali, uno strumento perfetto per imparare a destreggiarsi anche nei contesti più critici (come quelli relativi alla gestione di contenziosi o alla risoluzione di rapporti di lavoro).

Nella pratica, il piano di studio di un master ad alto valore nel campo della gestione delle risorse umane spazia attraverso tutti i complessi ruoli rivestiti dalla figura professionale dell’HR specialist (sia nelle vesti di dipendente interno che di consulente): dal processo di selezione del personale, con scelta dei canali di recruiting, convocazione e gestione dell’intervista al candidato ed eventuale elaborazione dell’offerta economica, alla macro e micro-progettazione delle attività di formazione e aggiornamento, con particolare riguardo per i più innovativi e funzionali metodi didattici e le tecniche di valutazione e sviluppo delle piene potenzialità dei dipendenti. A queste tematiche si aggiungono anche ambiti di studio innovativi, come quelli relativi alla trasformazione digitale e all’introduzione di tecnologie che promettono di rivoluzionare il settore, come ad esempio l’intelligenza artificiale per la selezione dei curriculum.

Grazie anche al contributo di una faculty prestigiosa, costituita da docenti capaci e da professionisti con una profonda esperienza nel campo della gestione delle risorse umane, al termine del corso lo studente acquisisce quell’esatto know-how tecnico oggi ricercato dalle medie e grandi imprese, aumentando sensibilmente le chance di trovare un’occupazione stabile e quella di avviarsi in direzione di una carriera segnata da rapidi avanzamenti di posizione.

Note finali

Investire nella propria formazione rimane ancora oggi la scelta più vantaggiosa, specie sotto il profilo economico. Come evidenziato dal report “University Report JobPricing 2018”, il reddito lordo annuo degli italiani in possesso di una laurea si mantiene ben al di sopra di quello dei semplici diplomati (39.790 euro contro 27.849), continuando ad aumentare in modo progressivo quando si considerano i professionisti in possesso di dottorati o master di specializzazione.

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