“Vivo con orgoglio e grande senso di responsabilità il compito di continuare a guidare un sindacato che ha una grande storia e una tradizione da difendere e valorizzare nella nostra regione. Proseguiremo con questo metodo collegiale, di continuo confronto con i territori e le categorie. Abbiamo un grande gruppo dirigente, unito, perché l’unita del mondo del lavoro è la nostra grande forza”. E’ il messaggio di ringraziamento che Pino Gesmundo ha rivolto all’assemblea del XII congresso regionale che lo ha rieletto alla guida della Cgil di Puglia.

“Nel nostro congresso si è discusso di lavoro, sviluppo, welfare, della situazione politica del paese, di quelle che sono le proposte. Ma soprattutto si è levato forte un richiamo a quelli che sono sempre stati i nostri valori, che poi sono quelli della Costituzione: la democrazia, la solidarietà, l’antifascismo, la giustizia sociale. Tenere unito il mondo del lavoro in una fase difficile per il Paese, questo è il nostro compito. Contro chi pensa di dividere e speculare sugli ultimi, di distrarre dai problemi e dal mancato rispetto delle promesse attraverso una propaganda xenofoba, mentre si adottano provvedimenti che generano una frattura generazionale, tra Nord e Sud. Il nostro impegno per i prossimi quattro anni non cambia – ha detto Gesmundo -. Al centro di ogni azione c’è l’occupazione e la qualità del lavoro, le protezioni sociali, il diritto alla salute. Forti delle nostre proposte e della nostra autonomia”.

Prima del voto per l’elezione degli organismi dirigenti, a chiudere i lavori della due giorni congressuale il segretario nazionale della Cgil, Vincenzo Colla. “Sono stati due mesi in cui abbiamo coinvolto migliaia di delegati, incontrato milioni di lavoratrici e lavoratori nelle nostre assemblee. Oggi nessuno in questo paese è in grado di fare un’operazione così democratica. Una discussione pluralista, un fatto democratico per eccellenza, che consegniamo al Paese”. Il tutto in uno scenario che preoccupa la Cgil, “dove registriamo una filiera di azioni sconclusionate, espressione di una cultura di destra: gli attacchi alla stampa, la vicenda di Lodi e Riace, la volontà di modifica della 194. Nei fatti un attacco alla Costituzione e ai suoi valori. La Cgil vuole bene a questo Paese e faremo e praticheremo sempre politiche antifasciste. Antifascismo è anche avere anche un’idea di come ricucire questo Paese. Un’idea morale, culturale, politica, esplicitate nelle parole d’ordine del documento Il lavoro è: uguaglianza,sviluppo, diritti di cittadinanza, solidarietà e democrazia”.

Per Colla non è solo l’Italia ad essere travolta da un vento di destra, “si è modificato l’Occidente che abbiamo imparato a conoscere. L’America di Trump, la Brexit, i nazionalisti che scendono in piazza in Polonia, l’Austria che chiude il Brennero, i fili spinati di Orban. C’è una mutazione del profilo culturale”. Un’Europa da cambiare nell’ottica dell’uguaglianza e della redistribuzione delle ricchezze, “ma che resta il perimetro più democratico che abbiamo. Per questo la vogliono scardinare”.

Una deriva figlia di un’idea per cui a sanare le diseguaglianze “doveva pensarci il mercato, e il fallimento è sotto gli occhi di tutti. Ma un capitale che non crea lavoro che capitale è? Al punto che oggi pur lavorando si è poveri. E si accetta qualsiasi cosa. Lì c’è lo scavalcamento della rappresentanza. Chi vive quella condizione si sente escluso, non si sente rappresentato, a livello sociale e politico. E vota contro, per rabbia, non un disegno politico”. Per invertire la rotta nel Paese per il segratrio nazionale della Cgil, “occorre affrontare un trittico costituito dai 2300 miliardi di debito, i 5 miliardi di risparmio speculativo, i 200 miliardi di evasione ed elusione fiscale, dove si annidano le ricchezze delle mafie, il lavoro nero. Senza risolvere questo nessuna redistribuzione sarà possibile”.

“La vera scommessa è nella filiera dell’istruzione e delle conoscenze, dell’innovazione. Mentre la Germania investiva miliardi su questo dando vita a Industria 4.0 – ricorda Colla – noi avevamo un Governo che ha fatto la più grande operazione di scontro sulla intermediazione, il più grande scontro sulla Costituzione, un attacco al lavoro. Ecco perché per far ripartire il Paese serve un progetto, un pensiero lungo con risposte nell’immediato alle emergenze. Serve soprattutto un riconoscimento dei corpi intermedi, un nuovo modello di relazioni, altro che disintermediazione”.

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