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Sono 250 i dipendenti a rischio nei tre punti vendita di Mercatone Uno in Puglia, sui 1.800 lavoratori del gruppo in Italia. Lo sottolineano in diversi comunicati i sindacati regionali Cgil e Filcams, Uil e Uiltucs, dopo la dichiarazione di fallimento.

«Ci chiediamo chi e come ha vigilato su questa operazione nelle stanze del Mise e nell’amministrazione straordinaria che ha gestito la crisi precedente», affermano il segretario della Cgil Puglia, Pino Gesmundo, e la segretaria Filcams, Barbara Neglia che rilevano come sia della «notte scorsa il messaggio ai direttori dei negozi che oggi non ci sarebbe stata nessuna apertura a causa del fallimento della Shernon Holding, che aveva rilevato il marchio della catena di grande distribuzione» neanche un anno fa.

«C’è già una convocazione presso la task force regionale per il 28 mattina e il 30 presso il Mise – spiega Gesmundo -. Chiediamo anche al presidente Emiliano e alle Prefetture di attivarsi». «Questo – commenta – è modo selvaggio di procedere, chi ha dato la fiducia a questi pseudo imprenditori? Chi ha valutato la solidità economica e del piano industriale?». Entrambi gli appuntameni sono confermati da Giuseppe Zimmari, segretario UilTucs Puglia, sottolineando che «ieri il tribunale di Milano ha respinto la richiesta di concordato preventivo inoltrata dall’azienda disponendone il fallimento dopo appena 9 mesi di gestione della società Shernon». «Il 30 maggio – spiega – l’incontro al Mise, inizialmente previsto per verificare le condizioni di continuità aziendale, dovrà necessariamente prevedere l’avvio di tutte le procedure atte a garantire la continuità occupazionale e reddituale di questi lavoratori».

«Il 28 maggio alle 12 si aprirà un tavolo di crisi nella Task Force della Regione Puglia», ribadisce Franco Busto, segretario Uil Puglia, esèrimendo «piena solidarietà ai lavoratori di Mercatone Uno: saremo al loro fianco con ogni mezzo e iniziativa a disposizione, affinché gli si possa garantire un futuro reddituale. Ci auguriamo inoltre, che anche le istituzioni locali facciano la loro parte, facendo sentire la propria voce a Roma».


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