Bentornato Piccinni. Ieri queste due parole sono state ripetute più volte dal palco, durante l’inaugurazione. Bentornato Piccinni. Bentornato al teatro della città di Bari, al teatro che ha retto con le unghie per anni dopo l’incendio del Petruzzelli. Quel teatro che è stato aperto ogni volta con una firma di un sindaco o di un assessore  come Pinuccio Tatarella per permettere ai baresi di assistere agli spettacoli che altrimenti sarebbero stati spostati in altre città, in altre regioni.

Poi il Petruzzelli ha riaperto e per il Piccinni è cominciata la lunga stagione del restauro. Lunga. Lunghissima. Otto anni. Un restauro curato nei minimi particolari, un restauro che ieri durante l’inaugurazione era lì, a gridare la sua storia. Un restauro che ha permesso di conservare il velario o persino le storiche pareti in finto marmo brecciato della parte bassa e le decorazioni in foglia d’oro e legno della sala. Quelle pareti che hanno assistito a esibizioni di artisti straordinari come Totò, Eduardo De Filippo, Carmelo Bene, Vittorio Gassman, Riccardo Cucciolla.

Quella di ieri non è stata la tradizionale “passerella”. Ieri, dopo i saluti e il concerto pregevole dell’orchestra della Fondazione Petruzzelli e dei teatri di Bari, il Piccinni è stato subito aperto, gratuitamente, con spettacoli jazz e di teatro.

Io faccio parte di una generazione che è cresciuta senza teatri. In una città senza Petruzzelli, con un Piccinni aperto solo in presenza dei vigili del fuoco e a metà perché non sicuro, senza il Margherita. Ieri ho voluto portare mia figlia piccola all’inaugurazione. Perché lei come tanti altri bimbi e ragazzi oggi può vivere in una città dove la cultura può essere messa in primo piano. Deve essere messa in primo piano. Per loro. Per i più piccoli.

Sono loro che possono entrare in un Petruzzelli non distrutto dalle fiamme, nel Piccinni e nel Margherita restaurati. A loro si può insegnare la cultura delle parole, si può fare vivere la magia dei sipari che si aprono, degli applausi infiniti, del suono di un violino.

Ai politici spetta il compito più importante: fare in modo che la cultura non sia appannaggio di pochi e sia aperta a tutti. Ieri un primo passo è stato compiuto.

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