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Un finanziamento ad Invitalia «fino ad un importo complessivo massimo di 900 milioni per il 2020», per rafforzare il patrimonio del Mediocredito Centrale «affinché questa promuova, secondo logiche di mercato, lo sviluppo di attività finanziarie e di investimento, anche a sostegno delle imprese nel Mezzogiorno, da realizzarsi anche attraverso il ricorso all’acquisizione di partecipazioni al capitale di società bancarie e finanziarie, e nella prospettiva di ulteriori possibili operazioni di razionalizzazione di tali partecipazioni». Lo prevede il decreto legge che ieri sera, alle 23, ha avuto il via libera dal Consiglio dei ministri.

La costituzione di una Banca di Investimento, che nascerebbe dalla “scissione” delle acquisizioni fatte dal Mediocredito Centrale, è prevista dal primo dei tre articoli. La formazione passerà attraverso un decreto con il quale il ministero dell’Economia acquisirà attività e partecipazioni, con l’intero capitale sociale, senza dovere alcun corrispettivo. Le operazioni saranno realizzate in un regime di esenzione fiscale.

Le risorse per il salvataggio della Banca Popolare di Bari arrivano dal fondo del ministero dell’Economia destinato «alla partecipazione al capitale di banche e fondi internazionali». È quanto si legge. Le risorse sono «iscritte sul capitolo 7175 dello stato di previsione del ministero dell’Economia e delle Finanze», rifinanziato per il 2020 «con la Sezione II» della legge di bilancio approvata nel 2018.

Le norme previste dal decreto, finalizzato anche al salvataggio della Popolare di Bari, «possano contribuire al superamento di questi ostacoli strutturali e a ridurre il divario di sviluppo economico tra il Mezzogiorno e le regioni del Centro-Nord». Lo indica espressamente la relazione tecnica del decreto che evidenzia la «dimensione eccessivamente contenuta» degli istituti del meridione. «Il divario tra le regioni del Mezzogiorno e il resto d’Italia, storicamente elevato – è scritto nella relazione illustrativa della bozza del decreto – si è ampliato nel corso della doppia recessione del 2008-2012. Nel 2018 il PIL nel Mezzogiorno risultava ancora di circa dieci punti percentuali inferiore a quello del 2007; nel Centro-Nord la differenza era pari a circa tre punti. Tale divario deriva in larga misura dalla minore produttività (prodotto per occupato) delle imprese meridionali, che può essere ricondotta anche alla loro minore dimensione. Imprese troppo piccole faticano a investire in ricerca e sviluppo e ad accedere ai mercati internazionali. Anche le banche meridionali, naturalmente deputate al finanziamento della piccola e media impresa locale, risentono di una dimensione eccessivamente contenuta; stentano a raggiungere livelli soddisfacenti di redditività, necessari ad alimentare il proprio capitale e dunque a espandere il credito all’economia reale». «Si rendono pertanto necessari – è scritto – interventi che possano contribuire al superamento di questi ostacoli strutturali e a ridurre il divario di sviluppo economico tra il Mezzogiorno e le regioni del Centro-Nord. L’esigenza di tale intervento presenta caratteri di urgenza alla luce delle recenti evoluzioni e situazioni di crisi, che rendono palese come esso non sia procrastinabile»

Il governo assicura l’azione di responsabilità nei confronti dei passati vertici della Popolare di Bari. Ed eventualmente ci sarà l’impegno, da parte dell’Esecutivo, su eventuali prepensionamenti, qualora nel piano industriale questi si rendessero necessari. È quanto si apprende da fonti di governo.


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