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Due rapporti, uno di Bankitalia e l’altro della Consob ed entrambi risalenti al 2016, gettano ulteriori ombre sulla gestione di Banca Popolare di Bari: che l’istituto di credito navigasse ormai verso una situazione di non ritorno emerge dall’esito delle ispezioni. Resta il punto interrogativo sul perché si sia arrivati alla fine del 2019 per il commissariamento.

Bankitalia

“Profili di debolezza” nel gestire i crediti che non rientravano, “mancata definizione” da parte del cda su tempi e modi del rientro, e “una gestione improntata a tolleranza”: è quanto mettono nero su bianco gli ispettori di Bankitalia già il 10 novembre 2016. I controllori evidenziano diverse anomalie: ad esempio, per valutare gli immobili a garanzia “non sono definiti i criteri e le metodologie per le stime affidate a soggetti esterni”, mentre “per numerose posizioni esaminate riferibili alle due banche incorporate (Tercas e Caripe, ndr) le perizie degli immobili a garanzia non erano aggiornate”. Non solo: vengono sottolineati “ritardi e incertezze” sul rafforzamento del capitale della Popolare di Bari, e un’azione del cda “non pienamente adeguata” ad affrontare l’acquisizione di Tercas, che avrebbe generato “in misura rilevante” la “elevata incidenza” dei crediti deteriorati (il 40% degli Npl derivavano dalla banca teramana e da Caripe). L’ispezione è stata condotta tra aprile e novembre 2016, tre anni fa. Le stime della Popolare di Bari sul proprio capitale “non hanno – scrivono gli ispettori – finora tenuto conto dei potenziali impatti dei rischi derivanti dall’imponente stock di azioni della Banca poste in vendita da oltre undicimila soci”, pari a 281 milioni di controvalore, quasi un quarto del capitale sociale. “Le formulazioni delle ipotesi a base degli stress test – avvertono – sono risultate non sufficientemente conservative con riferimento all’emissione di strumenti di capitale”. Infine, “errori di portata non significativa” nel quantificare i prestiti ponderati al rischio della Popolare di Bari emergevano nel 2016, nel mezzo del piano di risanamento successivo all’acquisizione di Tercas.

La relazione della Consob

L’ispezione su 383 “rapporti, pari a crediti soppesati per il rischio per 165 milioni – si legge – ha fatto emergere «errori nel 20% dei casi esaminati, con punte del 30% per quelle garantite da immobili”. Nello stesso periodo, Banca Popolare di Bari era finita sotto la lente d’ingrandimento della Consob: su 26mila soci che avevano chiesto di rientrare in un “profilo prudente”, solamente in 300 casi l’istituto, nel momento di piazzare le azioni o obbligazioni, ha limitato i rischi. La Consob, in particolare, ha esaminato le modalità di immissione dei titoli nel 2014. “L’obiettivo di investimento di tipo conservativo era associato solo a 300 clienti, benché oltre 26 mila (più della metà del totale) avessero dichiarato espressamente, nelle domande relative agli obiettivi di volere prioritariamente proteggere il capitale”, è riportato nella relazione degli ispettori Consob. Dai documenti, risulta che il 22% dei clienti che nel 2014 ha contribuito alla ricapitalizzazione acquistando i titoli “aveva sottoscritto una o più operazioni di disinvestimento per creare le disponibilità”. E tra i disinvestimenti ci sono anche titoli sicuri come quelli di Stato. Operazioni anomale, segnalate già nel 2016, ma che non hanno prodotto effetti immediati, tanto che il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ieri ha tuonato: “Evidentemente c’è una difficoltà degli organi di vigilanza a rispettare fino in fondo il loro compito”.

Via libera al salvataggio

Intanto, ieri il comitato di gestione del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi ha dato valutazione “favorevole” alla richiesta di salvataggio. Il Comitato, si legge nella nota stampa, “ha espresso preliminarmente soddisfazione in merito al nuovo quadro normativo -istituzionale nel quale si inserisce la situazione della Banca Popolare di Bari, con riferimento all’intervenuto ricambio della governance attraverso il commissariamento della banca e all’emanazione del decreto legge n. 142/2019, che ha previsto misure urgenti per il rafforzamento del sistema creditizio del Mezzogiorno”. Ora il Fondo è a lavoro sulle modalità di intervento, tra l’ipotesi più accreditata quella un impegno deliberato dal Consiglio del Fidt, il prossimo 20 dicembre, a sottoscrivere un bond At1 emesso dalla banca che andrebbe a impattare in modo positivo sul capitale di migliore qualità. Nel caso della Carige il Fondo sottoscrisse invece un bond le cui caratteristiche erano assimilabili a un convertendo.


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