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“La Puglia è la seconda regione per sovraffollamento negli istituti di pena: serve sfoltire per evitare una bomba sanitaria nella nostra regione”. E’ l’allarme lanciato dall’associazione Antigone, confermato anche dalla testimonianza della rappresentante pugliese, l’avvocato Maria Pia Scarciglia. Un allarme, quello di Antigone, che si riflette, inevitabilmente, sul momento storico, in cui, oltre alle problematiche già note, presenti nelle carceri pugliesi, vi è anche l’ombra pressante del Codiv-19 che non sta risparmiando nessuno, soprattutto in questa seconda fase che, come racconta Scarciglia, risulta essere molto più grave rispetto alla prima.

Istituti sovraffollati, carenza di spazi, assenza di garanzia di dignità e sistemi di rieducazione dei carcerati, popolazione detenuta che in Puglia è sempre più anziana rispetto alla media nazionale con detenuti, inoltre, affetti spesso da patologie pregresse e dunque maggiormente esposti al rischio di contrarre il virus. Sono solo alcune delle problematiche esposte dalla responsabile di Antigone Puglia che ha raccontato, con forte preoccupazione, quanto sia necessario scongiurare il rischio della diffusione del contagio.

Tutte problematiche che, nella situazione attuale pervasa dalla crisi dettata dall’ emergenza sanitaria, rischiano di mettere in serio pericolo detenuti e agenti. Da Foggia a Trani, fino ad arrivare a Lecce, i numeri dei positivi girano nel dettaglio intorno ad almeno uno o due detenuti per istituto, con almeno due o più agenti contagiati, di cui circa sette, nello specifico a Lecce. A Bari, per esempio, secondo quanto raccontato da Scarciglia, non ci sarebbero detenuti positivi, mentre gli agenti sarebbero almeno due.

“Non abbiamo informazioni precise, ma viaggiamo su numeri bassi, la situazione però potrebbe cambiare da un momento all’altro – ha spiegato Scarciglia – In Puglia abbiamo detenuti costretti a dividere la cella con tre o quattro persone, il distanziamento, nonostante ci sia lo spazio regolamentare, nella quotidianità non c’è: il detenuto vive in cella, è lì che cucina, mangia e divide il wc con gli altri. Il virus galoppa in situazioni come queste. Già nella prima fase le zone rosse e quelle cuscinetto erano state allestite con mille difficoltà per le esiguità degli spazi, carenti nei nostri istituti” – ha sottolineato ancora l’avvocato.

Un esempio eclatante è proprio quello del carcere di Bari, in cui, con l’ex sezione femminile adibita a zona cuscinetto, ovvero a zona di isolamento prima ancora di effettuare il tampone, è venuto meno, di fatto, uno spazio che potrebbe risultare invece utile per ottimizzare gli spazi, sia per ospitare ulteriori positivi al contagio, sia per i detenuti che, con l’assenza di misure alternative continuano ad aumentare. Le zone rosse, inoltre, continua  Scarciglia, “sono molto piccole, con poche celle e molte multiple, con l’aggravante di una circolare della regione per cui non è possibile allocare due positivi nello stesso ambiente”.

In sintesi, ai pochi posti a disposizione per i detenuti positivi si aggiunge il rischio che con l’aumento dei positivi, si andrebbe a gravare sul sistema penitenziario già precario dei singoli istituti che, oltre ad essere carenti di spazio e a non poter ospitare nuovi detenuti o eventuali positivi al contagio, non offrono ancora misure sanitarie completamente funzionanti, “nonostante dal 2008 non facciano più riferimento a quella penitenziaria”, ha specificato l’avvocato.

“Mentre nella prima fase, abbiamo avuto meno ingressi e ci sono state indicazioni ben precise dal ministero della giustizia per ridurre al minimo arresti e custodie cautelari, adesso tornano a spaventare i numeri – ha raccontato ai nostri microfoni l’avvocato. Da febbraio 2020 a settembre dello stesso anno, come specificato da Scarciglia, la popolazione detenuta è infatti scesa da 64 a 50mila unità, dato che va spiegato nei minori arresti, minore ricorso alla custodia cautelare e più misure alternative congiunte anche al Cura Italia.

“Si tratta di numeri che hanno fatto notevolmente la differenza allora – ha continuato l’avvocato – Oggi invece la situazione è totalmente differente, i detenuti aumentano con l’aggravante del Covid che avanza. Abbiamo un sistema penitenziario superato ed obsoleto, le nostre carceri non sono in linea con gli standard internazionali ed europei, inoltre, alla carenza di spazi, si aggiunge il fatto che si dedica pochissimo tempo alle attività di formazione, culturali e alla scuola utili per il reinserimento delle persone nella vita sociale – ha sottolineato Scarciglia – Chiediamo che chi può star fuori, attraverso misure alternative, a seconda della posizione giuridica, naturalmente con tutti i distinguo del caso, possa restare fuori, soprattutto in questo momento”.

Una richiesta che va oltre il semplice periodo storico e guarda al futuro con la speranza, secondo Scarciglia, che possano inoltre essere presto rivisitate diverse leggi che ad oggi gravano sul sistema carcerario, andando a ledere la popolazione detenuta fortemente esposta a disagi che creano emarginazione e ricadute negative. Secondo la stessa, mancano infatti, negli istituti sistemi che possano garantire ai detenuti la socialità, il lavoro, la scuola e la formazione. Tutti fattori fortemente aggravati dal Covid che ha visto, soprattutto all’inizio, in seria difficoltà i detenuti che risultavano disorientati e non potevano, tra le altre cose, vedere e sentire i loro cari inizialmente, motivo per cui si sono verificate diverse rivolte ad inizio pandemia.

“Adesso la situazione si è stabilizzata, ma la gente non sta bene, ci sono disturbi diffusi, anche tra la popolazione libera, questo disagio in carcere c’è da diverso tempo, l’area psichiatrica aumenta di giorno in giorno – ha concluso Scarciglia – Abbiamo una popolazione detenuta molto malata, una popolazione malata è una popolazione che non può essere reimpiegata o reimmessa nella società. Serve sia sfoltire intervenendo sui numeri dando misure alternative, sia intervenire su un sistema che con questa pandemia rischia di fare passi indietro, concentrandosi ancora sulla sorveglianza e sulla sicurezza e non sul reinserimento e reintegrazione delle persone una volta finita la pena”.


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