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Due delle tre persone che sono state arrestate questa mattina da agenti della Squadra Mobile della Questura di Bari con l’accusa di essere coinvolti, nel ruolo di mandante ed esecutore materiale nell’omicidio di Domenico Capriati, nipote dello storico boss della mafia del capoluogo pugliese Antonio, morto nel novembre 2018 dopo un agguato avvenuto al quartiere Japigia all’età di 49 anni, sarebbero stati esponenti dello stesso clan.

In manette sono finiti Domenico Monti, detto ‘Mimmo u biund’, 62 anni, Christian De Tullio, detto ‘u acidd’, 30 e Maurizio Larizzi, detto ‘u guf’, 38, tutti con precedenti penali. In particolare Monti e Larizzi sono ritenuti esponenti di primo piano della famiglia mafiosa dei Capriati. La vittima era fratello di Filippo Capriati, all’epoca considerato il reggente del clan. I provvedimenti a loro carico sono stati emessi dal gip del tribunale di Bari su richiesta del sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia.

Le indagini di polizia giudiziaria hanno consentito di individuare i presunti mandante, autori e movente dell’agguato. Quest’ultimo sarebbe da individuare nel pericolo che Domenico Capriati, esponente di spicco della famiglia, avrebbe rappresentato agli occhi soprattutto di Larizzi, che in quel momento sarebbe stata una figura emergente all’interno della famiglia mafiosa. E che quindi avrebbe avuto l’intenzione di ‘liberarsì della vittima. Domenico Capriati era uscito dal carcere da poco, al termine di un lungo periodo di detenzione. Per Larizzi sarebbe divenuto un ostacolo per lo sviluppo e la gestione degli interessi illeciti, legati soprattutto ai proventi derivanti dal traffico di sostanze stupefacenti.

Domenico Capriati, infatti, a seguito di un lunghissimo periodo di carcerazione, nell’intenzione di riprendere un ruolo egemone nell’ambito del clan, stava tentando di riorganizzare le fila del sodalizio di appartenenza. In tale contesto, era entrato in contrasto con altri soggetti di spicco all’interno del clan, in particolare con Larizzi e Monti. Dal canto suo, Larizzi aveva iniziato a ritagliarsi spazi più ampi all’interno del sodalizio mafioso ed era, pertanto, determinato a contrastare le pretese di Capriati e la sua ri-ascesa criminale.

Dalle risultanze investigative, è emerso che a compiere l’azione di fuoco fu un commando armato guidato dal pluripregiudicato Domenico Monti, anch’egli tornato libero dopo oltre vent’anni di reclusione per reati di mafia e mosso da vecchie ruggini proprio nei confronti di Domenico Capriati. Per l’esecuzione dell’omicidio, l’uomo si avvalse della partecipazione del genero, Christian De Tullio, anch’egli censurato.

Travisati e armati, i due, dopo aver atteso, nascosti nel cortile condominiale dell’abitazione di Capriati, che quest’ultimo giungesse in auto dal Borgo Antico di Bari insieme al figlio e a sua moglie, lo hanno sorpreso sparando diversi colpi di una pistola mitragliatrice calibro 7,65. Durante l’agguato, al tentativo della vittima di sfuggire ai colpi di mitraglietta, correndo verso l’ingresso del portone dello stabile, Monti sparò ulteriori colpi di arma da fuoco, utilizzando una pistola calibro 9×21 e colpendo Domenico Capriati al capo, quando era ormai era già a terra. L’omicidio è stato commesso con le modalità tipiche dell’azione mafiosa, affinché fosse chiara a tutti la portata esemplare dell’azione criminale.


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