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L’Ilva rischia la chiusura? Da venerdì è partito un nuovo countdown. Il termine dei 60 giorni concessi ad ArcelorMittal dal Tar di Lecce per spegnere gli impianti dell’area a caldo scade il 14 aprile. L’azienda ha subito annunciato ricorso al Consiglio di Stato, ma la sentenza crea imbarazzi nel nuovo governo, che si è appena insediato, considerando che ora anche lo Stato figura nella nuova compagine societaria tramite Invitalia e in ballo, tra dipendenti diretti e dell’indotto, c’è il futuro di 20mila famiglie. Ma per il Tar le emissioni inquinanti del Siderurgico rappresentano un pericolo «permanente ed immanente».

Per questo l’azienda è chiamata ad ottemperare all’ordinanza del sindaco Rinaldo Melucci del 27 febbraio 2020, che intimava ad ArcelorMittal di individuare e risolvere in 30 giorni le criticità ambientali e, in difetto, di chiudere gli impianti inquinanti entro i successivi 30 giorni. Il giudice amministrativo ieri ha bocciato i ricorsi della multinazionale e di Ilva in As, che erano stati riuniti in un unico procedimento. Preoccupazione viene espressa dal segretario nazionale della Film Cisl, Roberto Benaglia, secondo il quale quanto disposto dal Tar di Lecce «costituisce l’ennesimo ribaltone giudiziario, una minaccia forte alla vita dello stabilimento e al futuro di oltre 20mila famiglie, proprio mentre stiamo discutendo il nuovo piano industriale». Per il sindacalista, «Taranto ha diritto di vedere continuare le produzioni attraverso una riconversione produttiva decisa e sostenibile contenuta negli investimenti previsti nel nuovo piano industriale». Benaglia chiede infine «al neo presidente del Consiglio Draghi, ai ministri Cingolani per la Transizione ecologica e Giorgetti per lo Sviluppo economico, a cui garantiamo la massima collaborazione, di convocare immediatamente tutte le parti ed assumere subito decisioni e provvedimenti che non mettano in ginocchio il polo siderurgico e che rendano possibile far diventare Taranto il principale produttore di ‘acciaio verdè in Europa».

L’Usb chiede al governo di attivare un accordo di programma che, sostiene, è «l’unico strumento per rispondere con decisione alle legittime richieste dei cittadini, delle istituzioni locali e al loro coinvolgimento, e unica strada su cui si possa determinare un confronto che metta al centro l’occupazione». Anche le istituzioni locali, Comune di Taranto e Regione Puglia, attendono la chiamata del premier auspicando un accordo di programma che tuteli ambiente, salute e posti di lavoro. Per Marco Lacarra, deputato e segretario regionale del Pd, «chiudere le fonti inquinanti e farlo presto è una priorità assoluta ma con la consapevolezza che l’unica prospettiva possibile per lo stabilimento è la completa decarbonizzazione degli impianti». Ernesto Abaterusso, segretario regionale Articolo Uno Puglia, e Massimo Serio, segretario provinciale Articolo Uno Taranto, chiedono al governo di «prendere a cuore la vicenda Taranto» e rivolgono un appello al governatore Emiliano affinché segua «passo passo la vicenda». Chiosa infine il movimento ambientalista Giustizia per Taranto: «la battaglia (per la chiusura, ndr) è ancora lunga, ma certo oggi si è inferto un altro durissimo colpo all’arroganza della fabbrica e di chi la sostiene così irresponsabilmente contro ogni evidenza, sanitaria e giuridica. È il momento di crederci».


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