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“Sono in vacanza per una settimana in un villaggio turistico. Ho due gemelli di 4 anni , una dei quali ha la sindrome di down”. Comincia così il post di una mamma in vacanza con la sua famiglia in Puglia, un post che ha fatto il giro del web. La donna racconta cosa ha dovuto passare per fare entrare la sua piccola, con la sindrome di down, in un baby club.

“C’è il baby club dai 3 ai 5 anni, li iscriviamo entrambi, gli orari sono dalle 10 alle 17.30 e i bimbi sono entusiasti. Il primo giorno ci comunicano subito che per la bimba, avendo la sindrome, dovremo aspettare un giorno in più. Vogliono rendersi conto, sono ragazze giovani e comprendiamo perfettamente. Il secondo giorno , al nostro arrivo , accolgono il maschietto e non ci dicono nulla. Al che provo a chiedere se la bimba potesse star lì per un’oretta (erano le 10.30 e mi ero offerta di star lì per le 12); dicono nuovamente di no, non vi sono le competenze al riguardo. Obietto che non sono necessarie (, la bimba voleva entrare nel frattempo) basta solo un po’ di accoglienza per farla giocare. Dopo le insistenze (è bastata la parola “discriminazione “), mia figlia è entrata. Ho anche chiesto se per la loro organizzazione ci fossero orari preferibili, sempre per farle fare un’oretta di inclusione, alla ripresa della bimba ci è stato detto che è stata buonissima, ma sempre vicina all’animatrice, ma è una caratteristica personale di timidezza e null’altro” .

“Il terzo giorno – continua  il racconto –  al mattino la bimba non vuole entrare  e ci limitiamo a chiedere se possa raggiungerli dopo le 16 alla piscina dei piccini dove c’è il fratello (visto che alle 17 terminano e prima di quell’orario è inaccessibile); ci viene risposto di sì dalla responsabile, ma di tenerci nei paraggi . Alle 16.30 portiamo la bimba, i cancelli sono chiusi e lei si fionda per tentare di aprirli e raggiungere il fratellino che la invoca. Ci viene risposto “i bambini no” (erano 2 animatrici per 5 bimbi )! Incasso nuovamente lo sguardo di mia figlia  e attendo la fine del baby club . Nessuno ha invitato Irene a giocare lì , nessuno alla fine dei giochi si è avvicinato per dirle “perché non sei venuta con noi “? Per non mortificare ulteriormente la bimba non dico nulla, incontro in seguito le animatrici e faccio presente che non vi sono neanche strutture baby accessibili se non fuori orario (dopo le 17.30) ed in solitudine”.

“Alle mie rimostranze – continua il racconto –  rispondono che non c’era la responsabile e per loro è sempre la benvenuta. Lo sguardo di rifiuto e mortificazione è totalmente passato sotto la loro indifferenza, senza un minimo di umanità che era l’unica richiesta per un’ora di gioco. So già che la risposta sarà far passare noi per genitori che volevamo imporre la bimba per nostre esigenze ma la realtà è che l’inclusione resta una chimera”.

Del caso si sono interessate centinaia di persone, su Twitter, il Capo della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, Antonio Parenti, dice “ditemi che non è vero”. Su Linkedin, Alfonso Pecoraro Scanio posta il racconto dal suo punto di vista e lo scambio  che ha avuto con il capo della struttura ricettiva, ribadendo l’importanza della tutela dei diritti delle persone speciali. Su Facebook, Gli Stati Generali delle Donne  hanno immediatamente manifestato la loro solidarietà.  La struttura alla fine si è scusata per il grave errore.


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