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Rimbalzata come una pallina da ping pong da un ospedale all’altro, solo per cercare di fare visitare la figlia di 13 anni, positiva al Covid e con dolori alle gambe, alle braccia, al costato e alla testa. Il racconto – denuncia è stato pubblicato sulla pagina Facebook del sindaco Antonio Decaro. Abbiamo raccolto la testimonianza della mamma.
“Le mie figlie ed io siamo positive da 4 giorni, con regolare procedura alla Asl, abbiamo avuto dei sintomi, niente di clamoroso, ma non una passeggiata – racconta la mamma Viola –  Ieri alle 17.30 Olga inizia a lamentare prima dolori alle gambe, poi alle braccia e alla testa e poi al costato, e scoppia a piangere. Lei è un’agonista, non piange mai per il dolore, è abituata a sopportare. Chiamo la pediatra (ha ancora 13 anni) che mi intima di farla portare dal papà, unico positivo, immediatamente al pronto soccorso, chiedo se fossi obbligata ad andare al Giovanni XIII, e mi risponde che avrei potuto portarla ovunque”.
Il papà resta però bloccato in strada, e quindi la mamma decide di portarla in ospedale.  “Arriviamo al pronto soccorso del Giovanni XIII e mi dicono dì aspettare in auto 7 malati prima di Olga, tempo stimato almeno 6 ore – continua il racconto –  Dopo aver atteso un’ora al freddo, chiamo nuovamente la pediatra che mi consiglia dì rientrare in casa e di monitorarla. Ci rimettiamo in movimento e lei ha nuovamente una crisi; nel panico totale cerco di trovare “la raccomandazione “ in qualsiasi pronto soccorso per farla visitare. Su consiglio si un’amica medico ci spostiamo al Policlinico perché l’avrebbero accettata e controllata.  Arriviamo in ospedale e 4 guardie diverse ci danno 4 indicazioni differenti, alla fine (senza scendere dall’auto) ci fanno andare nell’ hangar delle autoambulanze, qualcuno sarebbe arrivato ad aiutarci. Passano 20 minuti e si affaccia un infermiere che ci dice che saremmo dovuti andare al reparto covid, parcheggiando l’auto ad almeno 800 metri dallo stesso (avevo segnalato allo stesso che Olga non stava bene)”.
“Arriviamo finalmente al reparto e prima un infermiere mi dice che l’avrei dovuta lasciare da sola per tutta la notte per farle i controlli (logicamente ho detto che sarebbe potuta rimanere da sola tutto il tempo necessario), lo stesso riporta le mie volontà alla dottoressa (che non è mai uscita dalla sua stanze ) e poi ci rimanda all’ospedaletto perché mia figlia non può essere visitata per età al Policlinico – continua il racconto –  Dopo aver espresso il mio disappunto in maniera troppo elegante, mi porto Olga a casa, con le fitte che continuano”. La ragazzina è stata quindi portata a casa senza che nessuno la visitasse.
“Giusto per sapere – conclude la mamma –  se dovesse succedere qualcosa di grave, io a quanta gente devo denunciare e soprattutto in casa paghiamo le tasse fino all’ultimo centesimo, perché una volta nella vita non posso usufruire del sistema sanitario regionale?”.
Oggi Viola proverà a contattare le Usca, le unità mediche che hanno il compito di visitare i pazienti positivi in casa.

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