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La salute mentale resta la “cenerentola” del sistema sanitario nazionale. “Da tempo trascurata e sotto finanziata dai Governi di tutto il mondo, ha ricevuto il colpo di grazia con la pandemia e il Piano nazionale di ripresa e resilienza vi dedica poca attenzione. Con il paradosso che, proprio quando i disturbi mentali aumentano, i servizi sanitari a loro dedicati diminuiscono”. E’ quanto emerge dal “Rapporto civico sulla salute. I diritti dei cittadini e il federalismo in sanità”, presentato da Cittadinanzattiva.

Le problematiche segnalate dai cittadini al Pit Salute (una struttura di servizio del Tribunale per i diritti del Malato, ndr) in tema di salute mentale rappresentano il 12,8% delle segnalazioni nell’ambito dell’assistenza territoriale e “mostrano un crescente deficit strutturale dei servizi di salute mentale”. Descrivono, infatti, la disperazione per la gestione di una situazione diventata insostenibile a livello familiare (28%), la scarsa qualità (24%) e la difficoltà di accesso alle cure pubbliche (20%). Ad essersi rivolti a Cittadinanzattiva sono
soprattutto i cittadini del Lazio, seguiti da quelli della Puglia, Basilicata e Veneto.

Uno dei tanti problemi è quello del personale: nel pubblico la media nazionale è di appena 3,3 psicologi ogni 100mila abitanti, con una forbice che va da 16 in Valle d’Aosta a 1,3 in Piemonte. In Puglia è pari a 4,3 per 100mila abitanti: 171 gli psicologi in totale.

A fornire assistenza pubblica, in Italia, sono 126 Dipartimenti per la Salute Mentale, di cui si registra un picco di 27 in Lombardia, e un totale di 1.299 strutture territoriali, pari a 2,6 per 100mila abitanti: è la Toscana a registrare il valore più alto di strutture (7,5), seguita da Valle d’Aosta (5,7) e Veneto (4,4). Ben 15 Regioni sono sotto la media nazionale, compreso la Puglia con 46 strutture e un valore di 1,4.

Ma sono allarmanti i dati dell’intero sistema sanitario nazionale: alcuni cittadini attendono quasi due anni per una mammografia, circa un anno per una ecografia, una tac, o un intervento ortopedico. E a rinunciare alle cure nel corso del 2021 è stato più di un cittadino su dieci. Screening oncologici in ritardo in oltre la metà dei territori regionali e coperture in calo per i vaccini ordinari.

“Durante la pandemia abbiamo fatto i conti con una assistenza sanitaria che, depauperata di risorse umane ed economiche, si è dovuta concentrare sull’emergenza, costringendo nel contempo le persone a ‘rinunciare’ a programmi di prevenzione e di accesso alle cure ordinarie. Ancora oggi abbiamo la necessità di recuperare milioni di prestazioni e i cittadini devono essere messi nella condizione di tornare a curarsi”, dichiara Anna Lisa Mandorino, segretaria generale di Cittadinanzattiva.

“Allo stesso tempo la pandemia ha evidenziato anche alcune priorità di intervento, prima fra tutte quella relativa alla riorganizzazione dell’assistenza territoriale, oggetto di riforma con il Pnrr e di acceso dibattito. Tuttavia, occorrerà una lettura attenta dei contesti territoriali, individuando percorsi e non solo luoghi che favoriscano servizi più accessibili e prossimi ai cittadini, puntando molto sulla domiciliarità come luogo privilegiato delle cure, per avere maggiore attenzione alla qualità della vita. La carenza di servizi, la distanza dai luoghi di cura, tipica di alcune aree del paese, come pure la complessità delle aree urbane e metropolitane impongono un’innovazione dei modelli organizzativi sanitari territoriali”.


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