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“Se dovessi scegliere oggi che lavoro fare, non punterei sul settore dell’abbigliamento. E’ davvero dura e nessuno ci aiuta. Adesso la situazione è anche peggiore rispetto a qualche anno fa”. A raccontarlo a Borderline24 è Pasquale, proprietario di un negozio di abbigliamento etnico (con sede a Molfetta, Polignano e Bari) che non nasconde il proprio rammarico in merito ad un mestiere che nel corso degli anni è cambiato e in cui aumentano giorno dopo giorno le difficoltà.

Dalla crisi dettata dall’emergenza sanitaria, soprattutto per via delle continue chiusure, sino all’assenza di aiuti concreti, con iniziative come il Black Friday che costringono i commercianti ad adattarsi ad un sistema che spesso non permette loro di riuscire a compensare le spese, ma non solo. A queste problematiche, oggi, si aggiunge quella del caro prezzi che vede sempre meno cittadini propensi a fare compere e, infine, l’avvio dei saldi estivi, partiti a rilento, nettamente in anticipo rispetto al solito, con la prospettiva di gravi ripercussioni sui commercianti che invece, sottolineano, avrebbero avuto bisogno di qualche settimana in più per approfittare dei mesi estivi e riuscire a pareggiare i conti rientrando delle perdite subite negli ultimi anni. Questi, sottolinea Pasquale, “sono solo alcuni dei problemi che coinvolgono il settore”.

“E’ un cane che si morde costantemente la coda – ha spiegato – le tasse e i costi dei materiali aumentano, noi siamo costretti ad incrementare i prezzi e i cittadini non comprano. Siamo costantemente in balia dell’incertezza. Il bilancio lo possiamo fare solo a fine mese. Con il nostro negozio importiamo direttamente dall’Indonesia, Thailandia e Cina, prima i costi erano abbastanza contenuti, ma dopo la pandemia e con la guerra in Ucraina i prezzi per le importazioni sono aumentati. I costi dei container sono triplicati, lo stesso le spedizioni aeree. All’aumento dei prezzi dei trasporti si aggiunge quello delle materie prime. Siamo in difficoltà, dovremmo aumentare i prezzi in negozio, ma non possiamo perché non riusciremmo a vendere più nulla” – ha sottolineato.

Ma il settore dell’abbigliamento funziona anche molto in base ai periodi. A seconda della stagione, la gente compra di più o di meno. Il caldo è spesso un valido supporto, perché la stagione estiva spinge a nuove compere. Su questo fronte non aiuta però l’anticipo dei saldi partiti ufficialmente ieri, 2 luglio e non, così come richiesto dai commercianti, almeno a fine mese. “In questo periodo vendiamo di più – ha aggiunto Pasquale – ad aprile e maggio, mesi in cui ha fatto più freddo, la gente non ha comprato. Quelli appena trascorsi sono stati anni anomali, un aiuto concreto sarebbe stato indubbiamente quello di posticipare l’avvio dei saldi per darci l’opportunità di vendere a prezzo pieno ancora per un altro mesetto. Ci perderemo. Non sarà facile fronteggiare le spese che aumentano per le famiglie così come per noi commercianti” – ha sottolineato.

Le spese, in particolare, non riguardano solo le tasse, lo stipendio ai dipendenti (anche se ultimamente, sottolinea Pasquale “si fa fatica a trovarli”) ma anche l’affitto dei locali, che per il negozio in questione, presente in tre sedi, di cui due in centri commerciali, va dai 4mila euro in su al mese. “Non è possibile pensare di rientrare nelle perdite o anche arrivare a fine mese se sono queste le condizioni – ha detto ancora – gli aumenti sono spaventosi. Se prima pagavo 300 euro di bollette ora ne pago 500 e la situazione non potrà che peggiorare. Le cose inoltre sono cambiate, i cittadini passeggiano tra i negozi per i saldi solo all’inizio, poi spariscono fino a quando non si abbassano ulteriormente i prezzi. Comprano tutti di meno, con gli anni appena vissuti in tanti rinunciano alle cose superflue, se devono scegliere tra mangiare e vestirsi scelgono giustamente la prima. Noi siamo partiti con il 30% ed è già tanto, non potremmo permetterci di andare oltre. Ci sono stati piccoli aiuti, ma per tutto il resto dobbiamo attingere alle nostre risorse, ci sono mesi davvero difficili” – ha aggiunto.

Oggi, ha sottolineato Pasquale, sono in tanti i commercianti del settore abbigliamento che vivono nella stessa condizione di incertezza. “E’ dal 1990 che sono in questo settore – ha detto infine – ho visto moltissime cose cambiare in negativo. Prima il centro nevralgico per gli acquisti del materiale era l’Italia, oggi avremmo potuto essere punto di riferimento per gli altri paesi, ma tutto si è spostato fuori. I materiali made in Italy erano acclamati in tutto il mondo, oggi dobbiamo andare fuori a comprare i prodotti e tutto quello che viene etichettato come made in Italy molte volte è di bassa qualità. Tanti anni fa i capannoni erano pieni di italiani, oggi noi lavoriamo per gli altri in un settore in cui avremmo potuto essere i migliori. Moltissime aziende hanno chiuso, anche gli acquisti sono cambiati. In tanti comprano online, si risparmia. Hanno preso spunto dai migliori rivoluzionando il settore e facendolo proprio. Qui è tutto fermo, mentre nel resto del mondo ogni mese si reinventano. Se dovessi scegliere adesso che lavoro fare? Sicuramente non questo” – ha concluso. (Foto repertorio)


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