C’è un momento in cui le posizioni morbide smettono di essere sostenibili. Per la mobilità urbana di Bari, secondo la Consulta della mobilità sostenibile del Comune, quel momento è adesso. Non si tratta di una presa di posizione ideologica, ma di una lettura pragmatica della realtà: o si accetta il modello attuale, fondato sull’uso del mezzo privato, oppure si sceglie di cambiare rotta con coraggio e determinazione, anche a costo di rompere abitudini consolidate.
A sintetizzare la posizione della Consulta è Marco Terzi, che ne è presidente: “Non è più tempo di posizioni morbide, e non per una questione ideologica, ma perché la realtà urbana di Bari impone una scelta chiara sulla mobilità e non ci possono più essere zone grigie: o si accetta il modello attuale basato sull’uso del mezzo privato, che ha portato la città a essere quella che è oggi, oppure si decide di cambiare rotta con coraggio, coerenza e determinazione, anche a costo di rompere abitudini consolidate.
Una svolta indispensabile che non può prescindere da due strumenti essenziali di pianificazione e gestione sostenibile della mobilità: il PUMS (Piano Urbano della Mobilità Sostenibile) e il mobility management, vale a dire la gestione della domanda di mobilità generata dai poli attrattori di traffico. Questi strumenti sono la vera bussola strategica per ridisegnare il futuro della mobilità di persone e merci delle città, tanto che l’Unione Europea li ha normati e con un recente regolamento (2024/1679) ha introdotto nuovi adempimenti, con scadenze stringenti a partire già dal prossimo anno, per tutti i “nodi urbani” (così sono chiamate città e aree metropolitane appositamente individuate dal regolamento), di elaborare ed attuare misure concrete finalizzate a ridurre traffico e inquinamento e a potenziare la multi-mobilità (trasporto pubblico, collettivo e condiviso, biciclette, monopattini, spostamenti a piedi), favorendo al contempo la connessione delle aree periferiche e marginali. La normativa prevede che i risultati, misurati ogni anno, siano inviati a Bruxelles, con il rischio, in caso di inadempienza, dell’esclusione dai prossimi finanziamenti europei. Bari è cresciuta seguendo un paradigma diffuso in molte città italiane del secondo Novecento: un’espansione urbana spesso poco coordinata, spazi pubblici progressivamente sottratti alla socialità e alla vivibilità e su tutto la centralità dell’automobile privata.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una città densamente occupata dalle auto, con marciapiedi spesso insufficienti, inospitale a chi presenta deficit fisici, poco verde urbano diffuso, spazi liberi sottratti ai bambini, ragazzi ed anziani e adibiti a parcheggi di auto che, secondo i dati ufficiali, circolano per massimo 2 ore al giorno, restando parcheggiate le successive 22 ore!
Non è solo una questione estetica. È una questione di qualità della vita, di salute pubblica, di sicurezza e di coesione sociale. Quando lo spazio pubblico viene progettato quasi esclusivamente per il traffico veicolare, la città perde la sua funzione più profonda: essere luogo di incontro, movimento lento, relazione.
Eppure, non è un destino inevitabile. Guardando oltre i confini nazionali, molte città europee hanno, già da decenni, imboccato una direzione diversa mentre l’Italia ha il primato europeo di essere il paese più motorizzato dell’Unione Europea nonostante i tragitti percorsi mediamente non superino i 5 km a viaggio. Nel resto d’Europa hanno messo al centro le persone e non le auto: grandi investimenti nel trasporto pubblico, funzionante anche di notte e nei festivi, offerta diversificata di infrastrutture e servizi per la mobilità, riduzione dello spazio dedicato alle auto. Non si tratta di utopie, ma di politiche reali, che trovano nella pianificazione urbanistico-territoriale integrata con quella della mobilità, gli spazi vivibili per tutti gli utenti senza limitazione di età, genere e condizioni fisiche.
La vera alternativa per Bari è qui. E non si tratta di fare inutili battaglie ideologiche perché la mobilità di persone e merci sta a cuore a tutti ed è un diritto individuale da riconoscere e salvaguardare. Continuare a inseguire un modello che ha saturato lo spazio urbano, oppure avviare una progressiva e radicale inversione di marcia? E questa inversione può veramente essere timida?
La questione, in definitiva, non è tecnica ma politica nel senso più alto del termine: decidere che tipo di città si vuole essere.
Bari si trova davanti a questo bivio. E non ci sono scorciatoie”.