BARI – Ricordare la figura di Ettore Scola dalla viva voce di chi ha lavorato a stretto contatto con lui e di chi ha condiviso un percorso artistico e personale con una delle menti più prolifiche e vivaci del nostro cinema. Questo lo scopo della terza conversazione sul regista – che si è tenuta nella libreria Feltrinelli – nell’ambito del Bifest, annuale festival del cinema della nostra città di cui Scola è, per l’ultimo anno, presidente onorario.

\r\nPresenti all’incontro il critico cinematografico francese Jean Gili, il direttore del Bifest Felice Laudadio, Stefano Masi, autore del libro biografico Ettore Scola (Gramese editore 2006) e Klaus Eder, segretario generale della FIPRESCI, la Federazione Internazionale della Stampa cinematografica. Un commento commosso è arrivato anche da Gigliola Scola, vedova del regista, presente tra l pubblico all’incontro.\r\n\r\nUnanimi i relatori nel ricordare lo stretto rapporto che legava Scola a un altro grande personaggio del cinema italiano (e non solo), Federico Fellini, omaggiato con ironia e affetto in uno dei capolavori di Scola, “C’eravamo tanto amati”. Entrambi i registi sono accumunati da un passato da illustratori satirici che ha preparato la loro visione della realtà poi raccontata attraverso la macchina da presa.\r\n\r\nStefano Masi, autore del volume che racconta la vita del regista, ricorda che il legame tra i due registi si svolgeva anche attraverso lo scambio di disegni che costituiva il loro particolarissimo mezzo di comunicazione. Un’osservazione del biografo focalizza l’attenzione anche sul look dei due autori, entrambi caratterizzati da un’attenzione particolare al dettaglio: se è rimasta nota alla storia del costume la sciarpa di Federico Fellini, non bisogna dimenticare l’abitudine di Scola del presentarsi su ogni set in giacca e cravatta, sintomo di grande rispetto per colleghi e per il mestiere del regista.\r\n\r\n 

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