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BARI – Vito, Raffaele, Gianfranco. Con le loro voci, fuori dall’ufficio collocamento di via Devitofrancesco, abbiamo cercato di raccontare un mondo di lunghe file agli sportelli sperando in un colloquio, di chiamate che non arrivano mai e di richieste di aiuto a parenti per sopravvivere.\r\n\r\nI disoccupati baresi sono soprattutto ragazzi. C’è chi conosce molto bene il mondo del lavoro nonostante la giovane età, come il 28enne Vito. Terminati gli studi al liceo a 18 anni si è iscritto per la prima volta nelle liste occupazionali del centro, senza però essere aiutato a trovare un impiego. “Ho trovato da solo lavoro come cameriere in un ristorante in città, che dopo 2 anni mi ha licenziato. Se penso di ritrovare un posto di lavoro a breve? Sì, ci credo, ma dovrò cercarmelo da solo, d’altronde in 10 anni non mi hanno mai dato una mano. La mia unica speranza è questa” dice, mostrando il foglio di iscrizione al programma Garanzia Giovani. Con il quale spera di sfruttare gli incentivi statali e convincere il suo datore a offrirgli un tirocinio di sei mesi.\r\n\r\nSe la disoccupazione può far paura quando si è giovani, diventa un incubo quando si è lavorato per tutta la vita e all’improvviso ti viene negato lo stipendio con cui sopravvivi. A Giancarlo è successo alla soglia dei 60 anni, quando l’azienda agricola per cui lavorava come responsabile sicurezza ha cambiato proprietario. Ora, a 18 mesi dall’iscrizione al centro per l’impiego, è ancora disoccupato. “Mi sono sentito abbandonato, saltuariamente vengo a vedere se c’è qualche nuova offerta di lavoro, ma ogni volta ne esco deluso. Penso di comprare un terreno e fare il contadino. Se aspetto che mi chiamino loro per un impiego sto fresco”.\r\n\r\nC’è poi Raffaele. Ha 63 anni e disoccupato da quattro.\r\n\r\n“Ma che lavoro? Qui ti offrono solo corsi di formazione per la patente europea, per lavori artigianali o per impieghi di fatica. Sono bravi a formarti, ma poi vieni abbandonato a te stesso. Gli unici che hanno trovato un impiego grazie a questo ufficio di collocamento sono coloro che ci lavorano”. Raffaele è un fiume in piena. Per tutta la vita ha portato avanti un negozio di ricambi per automobili, poi chiuso. “Posseggo due case – racconta – quindi per lo Stato sono troppo ricco per percepire assegni di disoccupazione. Sopravvivo grazie alla pensione dei miei genitori e con aiuti economici dei miei figli. È denigrante dover chiedere un aiuto a loro, quando dovrei essere io a sostenerli. Non penso ormai troverò più lavoro, venderò i miei appartamenti e andrò avanti così”.\r\n\r\nTutto negativo quindi? Forse no. Marina esce dal centro per l’impiego con un sorriso sulla bocca. “Ho 31 anni – racconta mentre si infila il casco e avvia il suo motorino – e sono grafica pubblicitaria. Quando completai gli studi, 9 anni fa, fu l’ufficio di collocamento a trovarmi un impiego all’interno di un’azienda nel ramo della comunicazione. Poi fui scaricata dall’azienda perché non accettai un trasferimento. Quattro mesi fa mi sono di nuovo iscritta nelle liste di disoccupazione e da allora ho già fatto diversi colloqui di lavoro. Ora sto aspettando una risposta da un’agenzia pubblicitaria. Se non fosse stato per loro non ce l’avrei mai fatta”.


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