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“La Puglia? Ha un tasso di occupazione di sette punti inferiore alla Grecia. Secondo altri parametri europei, per l’occupazione giovanile superiamo solo la Calabria. Questo dati indicano che è necessario un cambio di paradigma per quanto riguarda il valore che la politica dà al tema lavoro”: questa è la lettura di Onofrio Romano, sociologo dell’Università degli studi di Bari “Aldo Moro”, scrittore ed editorialista del Corriere del Mezzogiorno.

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Come appare il mondo del lavoro visto dalla Puglia?

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“Nonostante le promesse di sogni e le politiche annesse ai sogni, declinate con procedure di stimolo all’autoimprenditorialità giovanile, alle startup e all’innovazione, se guardiamo i dati fondamentali sull’occupazione la Puglia sta come una Regione del sud. Abbiamo un tasso di occupazione inferiore di sette punti a quello della Grecia. Si tratta di un rilevamento preoccupante. Giovani e donne pugliesi sono fuori dal mercato del lavoro e non riescono a trovare occupazione.

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Nonostante l’innovazione e l’impulso la ricerca di canali di occupazione alternativa a modelli classici, la Puglia è dentro l’orizzonte meridionale italiano”.

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Quali effetti per il Jobs Act?

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“Sta avendo qualche effetto positivo, ma di rilevanza impercettibili. E’ risultato evidente, visti i contraccolpi degli ultimi mesi, come gran parte delle assunzioni fossero legate agli incentivi proposti dal governo. Venute meno o tornate limitate le agevolazioni,  la situazione è ritornata quella di sempre”.

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L’Italia non cambiato verso sul lavoro, come sostiene il premier Renzi?

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“Il Jobs Act ha avuto l’effetto di un farmaco di breve durata. Ci sono motivi di tipo strutturale su cui stentiamo a voler ragionare in modo profondo. Agganciare la ripresa o altre espressioni lessicali di questo genere illudono l’opinione pubblica che si possa attraversare la tempesta e godere del nuovo sole. Il quadro è invece ben differente”.

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A cosa si riferisce?

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“Attraversiamo una crisi di struttura, che tocca il modello attuale di capitalismo: un sistema espelle dal mondo del lavoro. In teoria c’è chi sostiene che potrebbe essere anche una opportunità, ma questo beneficio risulta utopistico se rimaniamo agganciati allo stesso assetto governativo del capitalismo contemporaneo perché non ci sarà un miglioramento del benessere generale delle persone”.

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Cosa resta dei bandi per il lavoro delle giunte Vendola, come “Bollenti spiriti” e “Ritorno al futuro”?

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“Se guardiamo i dati sulla disoccupazione giovanile, scopriamo che la Puglia sta davanti solo alla Calabria in Europa. L’occupazione dei giovani nella regione ne ha ricavato benefici nulli o quasi. Gli stessi autori delle politiche dicono che in realtà quelle formule non mirano ad un effetto immediato sull’occupazione o sullo sviluppo, ma a creare un nuovo clima di fiducia, a favorire il cambiamento, ad incidere su variabili immateriali che a lunghissimo termine dovrebbero dare risultati”.

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Nei fatti?

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“Dietro questa visione c’è una ideologia molto forte che si base sulla convinzione che lo sviluppo dipenda dalla buona volontà delle persone, eticamente corrette, lanciate verso il cambiamento, coems e affrontassimo un caso tutto interno al capitale umano. Ma l’attuale capitalismo non è più così: l’attivazione dei giovani una volta portava allo sviluppo del territorio. Questa variabile non conta più nulla.

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Siamo in condizione di post-benessere. Si produce tanto, ma la distribuzione delle ricchezza fa acqua da tutte le parti”.

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Ci salverà l’economia digitale?

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“Descritta come molecolare, come il luogo nel quale il talento individuale conta, si sta confermando un falso di proporzioni colossali. La centralizzazione capitalistica del valore nel web è più pronunciata come mai. Poche imprese assorbono la gran parte del valore. E’ una illusione inventare una app e diventare ricchi. Le multinazionali Google, Facebook e Amazon fanno il pieno. Agli altri restano le briciole”.

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Nelle università quali orizzonti ci sono per i giovani ricercatori?

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“Pessimi. Il ricercatore viene reso un imprenditore. Lo stato non si occupa di pagarlo, deve trovarsi fondi in Europa o presso fondazioni private. C’è il disimpegno del pubblico: una errore colossale. Negli Usa, invece, si segue una rotta opposta come riportato da Mariana Mazzucato ne “Lo stato innovatore”: le ricerche che hanno portato al successo planetario dell’iPhone sono state in gran parte finanziate dal pubblico. E non parliamo mica di un paese socialista”

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Il cambio di paradigma, dopo l’evoluzione in corso dal decreto Treu in poi, come potrebbe avvenire?

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“E’ necessario uno shock. Non è questione di piccole riforme. Non servirebbe a tornare ad una legislazione rigida con tutte le tutele. Questa crisi è cominciata nel 2008 e non vediamo una via d’uscita. Non è tempo di piccole riforme di ingegneria politica, ci vuole una lettura del sistema sociale innovativa. Se non mettiamo mano alla struttura sociale ed economica non ne usciamo. Ci troviamo davanti ad un mutamento che deve riguardare tutto l’Occidente, da cogliere con una visione differente del valore planetario del valore dell’uomo e del lavoro”.

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