A Bari arriverà la quota più alta del finanziamento regionale per la procreazione medicalmente assistita di secondo livello: 1.828.593 euro sui 5 milioni complessivi destinati alle Asl pugliesi. Un dato che, sulla carta, segna un passo avanti per le coppie che cercano un figlio attraverso la PMA. Ma proprio da Bari arriva anche il primo allarme. Il rischio, secondo Loredana Mei, ginecologa esperta nel settore, è che i fondi si esauriscano rapidamente, aprendo la strada a nuove liste d’attesa e a una corsa contro il tempo per accedere ai trattamenti oltre alla possibilità di nuove migrazioni verso altre regioni. Ma andiamo per gradi.
La Giunta regionale ha approvato il provvedimento per il 2026, confermando un investimento complessivo di 5,3 milioni di euro per sostenere le prestazioni di procreazione medicalmente assistita. Di questi, 5 milioni sono destinati alla PMA di secondo livello, mentre altri 300mila euro saranno ripartiti successivamente tra i centri di primo livello, dopo il perfezionamento degli accreditamenti istituzionali. Secondo il riparto ufficiale, oltre a Bari, sono previsti 893.856 euro per la Bat, 632.180 euro per Brindisi, 582.806 euro per Lecce e 957.826 euro per Taranto. La Regione punta a rafforzare innanzitutto i centri pubblici, tra cui il Policlinico di Bari, il PTA Comune-Provincia di Bari, gli Ospedali Riuniti di Foggia e il Vito Fazzi di Lecce, affiancandoli alla rete dei privati accreditati. Nel Barese, i centri privati di secondo livello oggi contrattualizzati sono il Centro Medico San Luca, il Centro PMA della Casa di Cura Santa Maria e Prolab One Day Surgery di Ginecologia, Ostetricia e Infertilità di coppia.
È qui che, secondo Mei, si apre il punto critico. L’inserimento della PMA nei Livelli essenziali di assistenza rappresenta un beneficio importante, perché riconosce questi trattamenti come prestazioni garantite. Ma il riconoscimento formale rischia di non bastare se non viene accompagnato da risorse adeguate. “Aumenta il numero delle pazienti che potranno chiedere di accedere alla convenzione, ma il budget regionale non è aumentato in modo proporzionato”, spiega la ginecologa. “Il problema è che, se i fondi restano limitati, potrebbero bastare pochi mesi perché si creino liste d’attesa”.
Il tema riguarda soprattutto l’effettiva accessibilità. Per anni molte coppie pugliesi si sono spostate fuori regione, in particolare verso la Toscana e, più recentemente, verso la Lombardia, dove la disponibilità economica del sistema sanitario regionale è maggiore. Ora la possibilità di rivolgersi anche a centri privati accreditati in Puglia amplia l’offerta, ma non elimina il problema del tetto di spesa. “Tutti potranno teoricamente chiedere l’accesso in convenzione — osserva Mei — ma se le risorse disponibili non cambiano, non è detto che tutti riescano davvero a ottenere il trattamento nei tempi necessari”. La questione non è solo amministrativa. Nella procreazione medicalmente assistita il tempo pesa in modo decisivo, soprattutto quando l’età della donna avanza. L’allargamento della platea fino ai 46 anni, unito alla possibilità di accedere a più trattamenti, rischia di aumentare la domanda senza che il sistema sia pronto a sostenerla. “Politicamente è un cambio positivo — aggiunge Mei — ma se non cambiano le regole regionali e soprattutto i budget, il beneficio rischia di restare parziale”.
A complicare il quadro c’è anche la differenza tra le tecniche offerte dai vari centri. Non tutti garantiscono gli stessi percorsi: in alcune strutture è possibile accedere alla donazione di ovuli, in altre no; lo stesso vale per la diagnosi genetica sugli embrioni. Per le coppie, dunque, il problema non è soltanto trovare un posto in convenzione, ma anche individuare una struttura in grado di offrire il trattamento più adatto al proprio caso. La Regione ha previsto un monitoraggio dell’andamento della spesa e degli esiti dei trattamenti dopo il primo semestre del 2026, comunque entro luglio, con la possibilità di ridefinire i tetti negli anni successivi. Le Asl dovranno inoltre sottoscrivere i contratti con i centri PMA entro 30 giorni dalla notifica del provvedimento, mentre le Uvarp aziendali saranno chiamate a verificare l’appropriatezza delle prestazioni rese.
Il tema si inserisce in un quadro nazionale segnato dalla denatalità. Secondo Istat, nel 2024 in Italia sono nati 369.944 bambini, quasi 10mila in meno rispetto all’anno precedente, mentre il numero medio di figli per donna è sceso a 1,18. La stima provvisoria per i primi sette mesi del 2025 indica un ulteriore calo, con una fecondità pari a 1,13 figli per donna. La PMA, da sola, non può invertire la curva della natalità. Può però incidere sul diritto alla genitorialità di chi si trova davanti a una diagnosi di infertilità o a difficoltà riproduttive. Ed è proprio su questo punto che si concentra la denuncia: il rischio è che un diritto riconosciuto nei LEA resti condizionato dalla disponibilità economica dei singoli territori. In altre parole, che l’accesso alla maternità e alla paternità continui a dipendere non solo dalla medicina, ma anche dal codice di avviamento postale. “Il passo avanti c’è”, conclude Mei. “Ma se il budget si esaurisce in fretta, le coppie torneranno a spostarsi, ad aspettare o a pagare di tasca propria. E allora la convenzione rischia di diventare un’opportunità solo per chi arriva prima”.
Foto Freepik