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Gli studi dei docenti universitari sono come carceri, almeno sotto il profilo dei rifiuti prodotti. E’ questa l’opinione del Comune in merito alla questione Tari (la tassa sui rifiuti) per Università di Bari, che si è vista assoggettare le sue strutture a quelle della categoria 11 che include carceri, caserme, ricevitorie, enti pubblici, amministrazioni autonome dello Stato, strutture sanitarie, pubbliche e private.\r\n\r\nA confermarlo è l’assessore al Bilancio e Programmazione economica Dora Savino, che in una nota al rettore Antonio Uricchio getta ancora benzina su una querelle che va avanti dallo scorso anno e vede l’Università di Bari debitrice nei confronti dell’amministrazione comunale di quattro milioni di euro. Ovvero il computo di Tari e Ici nel periodo 2004 – 2008.\r\n\r\nUna cifra eccessiva per l’Università di Bari, che contestava la decisione dell’amministrazione di equiparare i loro locali ad un carcere, fissando quindi un’aliquota massima per di 7,09 euro a metro quadro contro i 3,65 euro a metro quadro previsti per le scuole e i luoghi di formazione.\r\n\r\nDopo i ricorsi alla commissione tributaria intrapresi dall’Ateneo,  il Comune ha deciso di distinguere gli spazi interni dell’Università, riconoscendo le aliquote da “luoghi di formazione” alle aule e biblioteche, ma lasciando gli studi dei docenti nella categoria più generale e costosa dove si ritrovano dalle carceri alle agenzie di viaggio, alle ricevitorie del lotto.\r\n\r\n”Applicando a tutta l’Università la categoria 1 (quella dei luoghi di formazione) -si legge nella nota – si dovrebbe coprire il minore gettito o con fondi del civico bilancio ovvero con un incremento tariffario a carico delle altre utenze, al fine di garantire l’equilibrio tra gettito del tributo e costo del servizio”.\r\n\r\n”Trovo paradossale – commenta Carlo De Matteis, consigliere d’amministrazione dell’associazione studentesca Up  – che gli studi dei docenti, che esistono in quanto di supporto all’attività didattica, non vengano equiparati alle aule. Trovo paradossale che, ancora una volta, l’Università di Bari, che rappresenta il faro culturale e sociale per questa città, venga trattata come un limone da spremere per guadagnare denaro. Trovo oltremodo ingiusto, inoltre, che il deliberato del Comune non ammetta repliche e non inviti, come sovente dovrebbe invece farsi, all’uso del buonsenso per una vicenda del genere”.\r\n\r\n”Una questione – conclude il consigliere degli studenti – resa ancora più paradossale dal fatto che all’epoca l’amministrazione promise che i soldi pagati per la Tari sarebbero stati investiti in servizi per studenti. Cosa che ad oggi non è avvenuta”.


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