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Nei giorni della Brexit, della Scozia che torna a interrogarsi e a chiedere l’indipendenza dalla Gran Bretagna, nei giorni di dolore e lutto per una guerra scoppiata nel cuore dell’Europa – sì, per chi non se ne fosse accorto gli atti di terrorismo sono dichiarazioni di guerra – sotto la falsa copertura di una lotta di religione, esce un libro che racconta una storia di vera battaglia per la libertà. Una storia che, in apparenza, ci può sembrare lontana nei chilometri e nel tempo, ma che in realtà è molto più vicina di quello che può apparire.  “Nel nome di Bobby Sands – Il combattente per la libertà. Una storia irlandese”, è scritto dal giornalista barese Pierluigi Spagnolo, attuale redattore de La Gazzetta dello Sport. Il volume è uscito oggi in libreria, edito da L’Arco e la Corte di Bari, si tratta di una riedizione arricchita e completata di “Bobby Sands – Il combattente per la libertà. Una storia irlandese” pubblicato dall’autore nel 2002 sempre per L’Arco e la Corte.

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Chi è Bobby Sands? Perché la sua storia ci è così vicina e può aiutarci a comprendere le dinamiche del presente che viviamo? Bobby Sands era un ragazzo, un ragazzo qualunque nato, però, a Belfast nel 1954: non è un dettaglio. Sono gli anni della lotta per l’unione e l’indipendenza dell’Irlanda, quella meravigliosa isola verde smeraldo che fu martoriata dal clima di violenza e rabbia. Bobby Sands decise di sposare la causa della libertà e dell’indipendenza, fu un attivista e politico, e scelse di morire nel carcere di Long Kesh a seguito di uno sciopero della fame condotto per protestare contro le disumane condizioni a cui erano sottoposti i detenuti repubblicani.

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Lasciamo che sia l’autore del libro a spiegarvi chi è Bobby Sands, pubblicando le prime pagine del volume in libreria da oggi. L’inizio vi stupirà, perché parla anche di Puglia, di un pezzo di Puglia a molti caro:

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“C’era una statuetta di San Pio di Pietrelcina a vegliare la lapide di Bobby Sands e dei volunteers Terence O’Neill e Joe McDonnell, su quella tomba seminascosta tra i fiori e i drappi tricolori, che si raggiunge dopo aver vagato in un bosco di lapidi e croci celtiche, nell’ala più profonda del Milltown Cemetery, la necropoli destinata alle anime degli irlandesi cattolici e repubblicani, in fondo alla collina di Falls Road. Un luogo di lacrime e cordoglio, di preghiere e memorie, spesso profanato da odio e violenza, sfregiato da raid e attentati. Fu proprio la signora Rosaleen, la mamma di Bobby Sands, dopo un blitz orangista e l’ennesima distruzione della tomba, nella notte tra il 12 e il 13 gennaio del 2004, a far risistemare la lapide e affidare l’anima del ragazzo di Belfast all’amabile custodia del frate di San Giovanni Rotondo, con una dedica straziante: “In loving memory of a special son”, fece scrivere sulla targa poi sistemata tra i fiori e i nastri verde-bianco-arancione, dopo quella profanazione. Con questo struggente messaggio d’amore per il figlio: “I often lie awake at night when others are asleep. I take a walk down memory lane with tears upon my cheeks. No one knows the heartache, I try so hard to hide, some people say as time goes by the heartache will subside. But the feeling in my heart today, are the same as the day you died. It broke my heart to lose you, your parting caused such pain, but the greatest day has yet to come when we meet again”. (Traduzione: Spesso resto sveglia la notte mentre gli altri dormono. Faccio un giro lungo il viale del ricordo, con le lacrime che sgorgano sulle mie guance. Nessuno può immaginare l’angoscia che a fatica cerco di nascondere, alcuni dicono che con il tempo il dolore si placherà. Ma i sentimenti che provo ancora oggi nel mio cuore sono identici a quelli del giorno in cui moristi. Perderti mi ha spezzato il cuore, dirti addio è stato un dolore enorme ma il giorno più bello, quello in cui ci rincontreremo, deve ancora arrivare). Ma chi era Bobby Sands? Perché ancora oggi c’è chi lo ricorda, a distanza di migliaia di chilometri, e nonostante siano trascorsi 35 anni dal suo sacrificio? Robert Gerard Sands, in gaelico Roibeárd Gearóid Ó Seachnasaigh, era un giovane cattolico irlandese. Era nato il 9 marzo del 1954 ad Abbots Cross, nella zona di Newtownabbey, pochi chilometri a nord di Belfast, la martoriata capitale dell’Irlanda del Nord, la città più importante di quella parte dell’isola “di smeraldo” che ancora oggi fa parte della Gran Bretagna, dopo quasi otto secoli trascorsi tra guerra civile e impegno diplomatico. Robert Sands era cresciuto, come tutti i ragazzi di quella generazione, vivendo in una città presidiata dall’esercito britannico, dilaniata dal conflitto tra cattolici e protestanti, ripartita in zone differenti in base alla confessione religiosa degli abitanti, divisa in steccati, attraversata dalle barriere, messa di frequente a ferro e fuoco dai gruppi in lotta. Problemi con i quali in Irlanda del Nord bisogna abituarsi a convivere, fin da bambini. Era un ragazzo come tanti, Robert Sands. A sedici anni aveva lasciato la scuola e aveva iniziato a lavorare come apprendista in una carrozzeria, per guadagnare un po’ di denaro e vivere in modo meno modesto. Amante della lettura, gli scritti di Kipling e di Wilde erano in cima alle sue preferenze. Era anche un grande appassionato di poesia, ne scrisse tante per diletto, soprattutto nella fase più drammatica della sua vita, quella della reclusione e del martirio finale. Come tanti ragazzi irlandesi aveva la passione per la chitarra. E una voce profonda, perfetta per il canto. Portava lunghi e ribelli i folti capelli neri, questo aveva contribuito a fargli cucire addosso il soprannome di Geronimo. Era anche uno sportivo, Robert Sands. La natura gli aveva regalato un fisico muscoloso e un forte spirito agonistico. Amava la corsa all’aria aperta, ma soprattutto si impegnava sui terreni polverosi di calcio e rugby, i suoi sport preferiti. Proprio inseguendo un pallone sui campi della squadra giovanile dell’Istituto Stella Maris, Robert aveva preso il nomignolo di Bobby. E presto per tutti era diventato Bobby Sands. Giocava da ala destra, sognando un giorno di vestire la casacca di un grande club. Una vita piuttosto normale, la sua. Finché, scoperta la fede cattolica della sua famiglia, Bobby, suo padre John, sua madre Rosaleen, le due sorelle, Marcella e Bernadette, rispettivamente di uno e quattro anni più giovani di lui, e Sean, l’ultimo dei fratelli, nato nel 1962, furono costretti a lasciare la loro casa di Doonbeg Drive, nella zona di Newtownabbey, l’area a maggioranza lealista dove abitavano, a causa delle continue intimidazioni. Si trasferirono quindi a Rathcoole. Era il 1964, Bobby Sands aveva soltanto dieci anni. Sono le parole di sua sorella Bernadette a offrire uno spaccato delle difficoltà quotidiane in cui si imbatteva una famiglia cattolica che, come i Sands, viveva attorniata da gente che “(…) era protestante e sembrava far parte della polizia o dei B-Special”, per l’odio e il disprezzo che manifestava nei loro confronti. Ancora dai racconti della più piccola delle sorelle di Bobby: “(…) Noi fino a quel giorno ce l’eravamo cavata perché mia madre è di natura riservata e aveva finito per passare per protestante. Essere cattolici nell’Ulster è infatti sinonimo di ogni deviazione; il minimo che può accadere a una famiglia di papisti è di ritrovarsi un delinquente comune tra le mura di casa. Ma un infausto giorno, il vicino scoprì che non eravamo orange bensì papisti. Quelli che abitavano accanto a noi presero a battere i pugni a ogni ora. Se mia madre usciva per prendere i panni, la vicina andava a stendere i suoi sullo stesso filo; se lavava i vetri della finestra, lei faceva lo stesso solo per schernirla. Così mia madre fu costretta, ogni giorno, a prendere Bobby, Marcella e me e a portarci per ore e ore in giro per Belfast. Era modo per sfuggire alle molestie dei vicini, ma fu anche il sistema più pratico per procurarle un esaurimento nervoso con i fiocchi. Il medico curante fu drastico: o la tortura finiva oppure, per la salute della mamma, bisognava cambiare casa”. Furono quelli i primi episodi che contribuirono a cambiare la vita, a forgiare il carattere, a modificare il temperamento di un tranquillo ragazzo di Belfast. “The whole world exploded and my own little world crumbled around me”, “tutto il mondo esplose e il mio piccolo mondo si sgretolò intorno a me”, confessò Bobby, che fino a quel momento aveva guardato con occhi ingenui e distratti alle vicende del suo Paese. Anzi, da bambino aveva persino provato ammirazione e attrazione per le divise dei soldati inglesi che pattugliavano le strade della sua Belfast. Furono i soprusi a scuoterlo e a farlo diventare grande, all’improvviso. Fino a spingerlo a combattere per la causa dell’Irlanda”.


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