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Pubblichiamo una nota di Giuseppe Dalfino, accademico, figlio del sindaco di Bari Enrico Dalfino, alla guida del municipio nei giorni difficile dello sbarco della nave Vlora con migliaia di albanesi\r\n\r\nRicorre il 25° anniversario dell’attracco al molo foraneo della Vlora, la “nave dolce” che nell’agosto del 1991 conduceva circa 20.000 cittadini albanesi verso un sogno di libertà dal bisogno. Non posso dimenticare la Vlora che si affaccia all’orizzonte, il mare piatto, la calura, l’ingresso della nave nel porto, la sensazione di essere di fronte a un termitaio, lo sbarco di quelle migliaia, le loro condizioni disperate, la sete e la fame, i primi soccorsi, l’accoglienza dei tantissimi volontari e operatori presenti a Bari, la solidarietà dei commercianti e dei cittadini, le forze dell’ordine contrastate tra desiderio di abbracciare e dovere di contenere e a volte respingere, Cossiga e il tentativo di scredito del Sindaco, i giorni drammatici della “reclusione” nello stadio Della Vittoria, il depistaggio dello smistamento e l’espulsione finale dei transfughi, salvo alcune “felici” riuscite di fuga testimoniate dal film di Daniele Vicari. Sono passati 25 anni da quell’impatto improvviso sulla Città ancora così vivo, e tante sono le suggestioni che, come sempre da allora, si affacciano alla mia mente. La prima deriva dal poter constatare quanto siano cambiate le condizioni dell’Albania a distanza di 25 anni da quel gesto di massa quasi involontario e dal prendere atto dell’effetto di quell’aspettativa di libertà all’epoca non soddisfatta. Il Paese nostro dirimpettaio d’oltremare attualmente si mostra in pieno fermento propositivo e viaggia a velocità quasi doppia rispetto alla nostra bella Italia sempre più impantanata in se stessa e in una progressiva perdita di senso. Pare quasi che gli amici albanesi abbiano fatto tesoro di quel loro gesto, trovando in se stessi e non altrove terreno fertile per dar corpo a quel sogno di libertà e per far fronte ai propri bisogni. Un grande esempio di rinascita dunque, e perciò sento di rivolgere un affettuoso plauso allo spirito di intraprendenza mostrato in questi anni dal popolo albanese, pienamente confermato dalla loro nazionale durante gli ultimi europei di calcio con l’apporto determinante dell’ottimo Gianni De Biasi, allenatore nostrano ma necessitato profeta oltre confine. Un plauso sincero sento di rivolgere anche all’Amministrazione comunale barese sempre attenta a dare risalto all’evento e a rinfocolare lo spirito di fratellanza con l’Albania, attribuendo giusto merito a questo popolo che con grande determinazione ha saputo trarre da quel dramma un così utile insegnamento, e non sarebbe peregrino realizzare un monumento cittadino come segno visibile permanente dell’accaduto, a memoria delle future generazioni. L’altra suggestione riguarda lo stato dell’arte dell’accoglienza a Bari e più in generale in Italia. Qui credo che abbiamo fatto e stiamo ancora facendo la nostra parte, generando però uno stridente effetto paradosso tra l’evidente propensione di noi baresi a porgere a piene mani accoglienza e solidarietà e l’incomprensibile nostra resistenza a passare alla successiva necessaria opera di integrazione degli accolti, anche se mi pare che la responsabilità di questo paradosso non stia tutta dalla nostra parte e che i problemi di integrazione discendano da un endemico difetto di comunicazione tra diverse comunità e tradizioni, religiose o meno, con le dovute differenze dei casi specifici naturalmente. L’ultima suggestione riguarda la ricostruzione di quanto accaduto in quel frangente oramai passato alla storia d’Europa, nel bene e nel male. Una verità storica di quell’evento e dei suoi dintorni sembra ormai ai più assodata, ma dal mio canto credo che alla ricostruzione qualcosa ancora sfugga, soprattutto riguardo le conseguenze che da allora si sono ripercosse sulle sorti di mio padre e forse su quelle della Città. C’è un’esigenza di trasparenza al fondo di questa vicenda a cui non ho saputo dare risposta. Non trovo infatti adeguata spiegazione alla scomposta discesa a Bari di Cossiga nell’agosto 1991 e nemmeno alle dimissioni del Sindaco “indotte” dal suo stesso partito proprio all’indomani della Vlora e dell’incendio del Petruzzelli e nell’approssimarsi della stagione amministrativa che avrebbe condotto all’assenso su talune edificazioni che tanto clamore hanno prodotto fino ai giorni nostri. Leggendo così la successione degli eventi si potrebbe pensare a un’inquietante serie di coincidenze, o addirittura a una sorta di oscuro ordito per mettere da parte un amministratore capace e poco incline a giochi di potere. Credo però che in questo caso si tratti di una suggestione dettata da un falso riflesso dell’afa agostana più che da una ragione logica, anche perché sono consapevole che quell’esigenza di verità potrebbe essere soddisfatta solo dalla viva voce di mio padre e che questa possibilità è stata di fatto seppellita dalla sua prematura morte. Cosicché ritengo più saggio non farmi trascinare dall’inganno della calura estiva e lasciarmi cullare dolcemente dalle vaghe eufonie evocate dalla Vlora e dal tenero ricordo di Enrico Dalfino e del suo esempio di vita.


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