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Dopo la ricerca, l’applicazione: il progetto “Inside the breath” fa un passo in più verso la diffusione di massa. Con un nuovo finanziamento promosso dalla Regione Puglia, il rivoluzionario metodo di diagnostica dei tumori attraverso il respiro passa alla produzione industriale dei prototipi, in modo da diffondere, da qua a due anni, le macchinette per la diagnosi in tutte le strutture ospedaliere. La ricerca di base – andata avanti negli ultimi cinque anni – dalla pubblicazione del progetto nel 2012 in poi – ha scoperto sempre nuove applicazioni del metodo, nato per prevenire il tumore al colon e al retto ed estendibile ora  anche ad altre forme tumorali e a numerosissime altre malattie, come l’asma infantile e il diabete.

Come funziona Inside the breath

Al paziente basterà soffiare in un dispositivo che traccerà uno spettro delle sostanze contenute nell’alito per segnalare l’eventuale presenza di marker tumorali: tutto ciò in tempi più rapidi e con metodi meno invasivi rispetto alle tradizionali indagini mediche, che spesso portano a diagnosi tardive e all’aggravarsi della salute del paziente. “L’obiettivo è prevenire i tumori, evitando esami invasivi come la colonscopia – spiega il dottor Francesco Altomare, direttore dell’unità operativa di coloproctologia dell’Università di Bari – se non strettamente necessaria, tagliando drasticamente anche le liste di attesa”.

Il progetto è stato finanziato dalla Regione Puglia tramite i due progetti “Rete di laboratori” e “Cluster tecnologici” e ha visto la collaborazione un gruppo di medici del Policlinico e di ricercatori del dipartimento di Biologia, insieme ad alcune aziende locali. “L’obiettivo è prevenire i tumori, evitando esami invasivi come la colonscopia – spiega Altomare – se non strettamente necessaria, tagliando drasticamente anche le liste di attesa”.

La ricerca in Puglia

L’industrializzazione di “Inside the breath” è un risultato eccellente non solo per il futuro della sanità pugliese, ma anche per le politiche regionali di investimento nella ricerca. “Per la prima volta abbiamo invertito la tendenza – annuncia il dottor Gianluigi De Gennaro del dipartimento di Biologia – invece che emigrare, da ricercatori abbiamo accolto studiosi che volevano aggiornarsi sul nostro lavoro”.

“Questa per noi è una grandissima soddisfazione – aggiunge l’assessore regionale allo Sviluppo economico Loredana Capone – raggiunta tramite il genio e il sacrificio di tanti ricercatori pugliesi. Ci siamo dati l’obiettivo di investire quanto più possibile sulla ricerca e la salute, perché significa avere uno sguardo rivolto al futuro della regione e dei suoi abitanti”.

“L’Università non è solo un luogo di studio – conclude il rettore dell’Università di Bari Antonio Uricchio – ma ha anche una missione sociale: il tumore, così come le malattie neurogenerative sono i mali più diffusi: per questo stiamo puntando puntando sulla loro prevenzione”.


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