“Abbiamo deciso io, Alessandro Ruta e Vito Valentino dell’omicidio di Luigi Luisi, che poi non è morto ed è morto il figlio, che a me – tra l’altro – mi dispiace pure perché era un ragazzo che non c’entrava niente”. A parlare è Michele Miccoli, esponente di spicco del clan Strisciuglio ma da qualche mese collaboratore di giustizia: il pentito, durante i diversi interrogatori, ha svelato agli inquirenti i mandanti e i motivi del primo tentato omicidio avvenuto nell’aprile del 2015 di Luigi Luisi, agguato al quale la vittima predestinata riuscì a sfuggire grazie al figlio Antonio che si frappose tra lui e i killer, venendo a sua volta ucciso.

Il racconto dell’assassinio

Alcuni passaggi degli interrogatori sono stati riportati nell’ordinanza di custodia cautelare che oggi ha portato all’arresto da parte dei carabinieri dei capi del clan Strisciuglio, tra di loro Lorenzo Caldarola. “Il collaboratore di giustizia – si legge nelle carte – inoltre, rivendicava, in ordine all’ideazione ed esecuzione di quel fatto di sangue, la propria indipendenza, come articolazione del “San Paolo”, insieme a Alessandro Ruta e Vito Valentino –rispetto a Lorenzo Caldarola, assumendo che proprio in quel contesto criminogeno era stata presa la decisione di uccidere Luigi Luisi, quantunque, per una serie di circostanze, a cadere sotto i colpi esplosi fosse stato il figlio Antonio”. “Il fatto di sangue – scrive il gip Giovanni Abbattista – nasceva nell’ambito di una evidente prova di forza tra il reale destinatario dell’agguato, Luigi Luisi, vicino al “clan Mercante”, ed il “clan Strisciuglio”, al quale, nella componente Vito Valentino-Alessandro Ruta, operante sul quartiere “Libertà” e sul quartiere “San Paolo”, il primo, che coltivava interessi anche sulla droga, aveva “invaso” il territorio elettivo di azione”. “Nel chiarire ulteriormente le cause dell’omicidio –  si legge ancora – il collaboratore sosteneva che Lorenzo Caldarola era recluso (quindi non si poteva chiedere un suo preventivo parere) e che era da ritenersi primario l’interesse del suo gruppo del San Paolo (“che ci stava questa cosa di parentela, pure di inimicizia e Luisi veniva a pestare i piedi a me, non è che io dovevo stare a mandare a dire a Caldarola”).

Le 190 lettere sequestrate in carcere

“Fateli a pezzi a chiunque di loro, come qui anche fuori”. È il contenuto di una delle lettere inviate dal carcere dai vertici del clan Strisciuglio agli affiliati liberi. Il contenuto della missiva è stato sequestrato dall’Antimafia all’interno del penitenziario barese nel gennaio 2016, insieme con altre 190 lettere in entrata e in uscita, nell’ambito dell’indagine dei carabinieri. Le lettere, secondo gli inquirenti della Dda, erano il mezzo attraverso il quale i sodali comunicavano tra loro dando ordini in alcuni casi con linguaggi in codice. Fra di loro, per esempio, si chiamavano “amore” e “cuore mio” come se scrivessero alla propria famiglia. “Ciao, mia amata scimmietta, – si legge in una lettera – come puoi vedere è il tuo Amore (padrino, ndr) che torna a fare compagnia al tuo cuore. Ormai fai parte della mia cara famiglia (avendo partecipato ad un rito di affiliazione, ndr). Sono felice di sapere che resterò nel tuo cuore a vita, come lo resterai tu nel mio”.

© RIPRODUZIONE ANCHE PARZIALE RISERVATA - Borderline24 Il giornale - Ti invitiamo a usare i bottoni di condivisione e a non copiare l'articolo.
caricamento...

LASCIA UN COMMENTO:

Please enter your comment!
Please enter your name here