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C’è chi fa l’operaio, chi il sindacalista, chi si barcamena nel precariato, chi si occupa di una libreria, chi lotta ogni giorno per cercare di portare avanti la famiglia, chi cura i piccoli degli altri. Sono i papà baresi. Ognuno con il suo mondo, tutti con il rimpianto di vivere poco i loro figli. Questi alcuni dei loro racconti, raccolti da Borderline24.

Nicola Laforgia, primario di Neonatologia al Policlinico: “Mio padre è stato il mio esempio”

“È del tutto naturale che nel rapporto con i miei figli c’è tantissimo del rapporto con mio padre. Mio padre è stato un esempio. Poteva non esserci fisicamente, ma per me c’è stato sempre. Per lui, il lavoro ha avuto una parte importantissima della vita, e questo ha certamente limitato il tempo da dedicare a me e a mio fratello, ma il suo esempio quotidiano, il sapere che il non esserci era determinato dalla passione per il lavoro, di un lavoro che era passione civile, dedizione agli altri è stata “la grande bellezza” di avere un padre così. Ed è stato il modello che, inevitabilmente, è stato il mio riferimento per costruire il mio rapporto con i miei figli, sicuramente sottraendo loro tempo, ma sperando di riuscire a trasmettere, anche da lontano, un riferimento.

Oggi, ripenso alle tante cose che ho “perso” dei miei figli e vorrei tornare indietro per viverli di più di quanto non sia riuscito a fare e non so se sono stato un buon padre. So, però, che se ho avuto figli fantastici, e, esattamente come è successo per mio padre, sia io che lui, lo dobbiamo alle nostre mogli”. Nicola Laforgia ha conosciuto migliaia di papà che sono passati dal suo reparto di Neonatologia. “Due ora me ne vengono in mente: quello che alla notizia della sua quinta figlia femmina scappò via, sacramentando per le scale e quello che leggeva per ore  le fiabe davanti all’incubatrice di suo figlio in coma irreversibile”.

Giuseppe Boccuzzi, sindacalista: “Vivo poco in famiglia, ma lo faccio per il loro futuro”

“La mia vita di papà è una delle mie mancanze principali per l’attività che svolgo e che mi costringe a vivere poco in famiglia. Ringrazio mia moglie che si impegna per 2 figli dalla mattina alla sera. Ho solo una consolazione, quella di sentirmi impegnato per costruire un futuro che possa regalare ai nostri figli una società più inclusiva, più partecipata, ricca di occasioni, fondata sul senso del bene comune. Come dire bisogna sentirsi papà di tutti per sentirsi meglio papà dei propri figli. Sono certo che i miei figli avrebbero gradito un papà più presente, a volte mi dicono di occuparmi troppo di sindacato e lavoro e meno di loro, ma mi piacerebbe trasmettere loro un senso dell’impegno che deve travalicare il limite delle esigenze della propria famiglia. I bambini devono sentirsi amati non semplicemente da chi li accarezza, ma credo anche da chi si impegni per farli sentire un giorno meno schiaffeggiati dalla società”.

Giovanni Abbaticchio, blogger: “Da quando è nato Ludovico, la mia vita è migliorata”

“Da quando è arrivato Ludovico, la mia vita non è cambiata, è semplicemente migliorata, spesso con Annarita quando lo osserviamo mentre dorme ci chiediamo: “Ma come abbiamo fatto a vivere tutto questo tempo senza di lui?”. Guardarlo e ammirarlo durante il sonno credo sia diventato il mio hobby preferito. Il rapporto con mio figlio, nell’ultimo anno, è cambiato totalmente. Prima se c’ero o non c’ero, per lui era la stessa cosa, mi ha chiamato “mamma” fino al giorno del mio onomastico, ma solo quando gli andava, il 24 giugno scorso mi ha fatto un regalo chiamandomi “babbo”. Ho pianto. Oggi io e Ludovico abbiamo un rapporto, vero, autentico, ci scontriamo, discutiamo, parliamo, ragioniamo e giochiamo un sacco.

Sono precario si. Ma non mi spaventa, sono fortunato perché mi piace il lavoro che faccio, ho una casa dove pago il mutuo, ho delle spese e delle responsabilità che non sono un peso, ma una scelta consapevole, sono dei sacrifici. Rispetto a tanti altri papà sono fortunatissimo anche per avere alle spalle una famiglia che ci sostiene, ci aiuta e ci permette di guardare al futuro prossimo con tenacia”. Giovanni ha creato un suo blog con video su Youtube “The walking dad” (https://www.facebook.com/thewalkingdadstory/?fref=ts).

Arcangelo Licinio, proprietario di una libreria: “Da padre single faccio entrare mio figlio nel mio mondo”

“Quando ci chiediamo qual è il senso dell’essere al mondo, spesso ci rispondiamo che è trovare qualcuno da amare e che ci ami incondizionatamente. Ho scoperto che tutto questo si realizza quando diventi genitore. Non ricordo neanche com’era la mia vita prima che nascesse mio figlio, tanto radicalmente è cambiata. La madre instaura sin da subito un legame viscerale col bambino, per la natura stessa della nascita, ma un padre deve nel tempo costruire col proprio figlio un rapporto fisico, prendendosi cura di lui fin dai primi giorni.

Questo accade sia per chi vive la paternità in coppia, sia per chi, come me, la vive in maniera individuale, con la sola differenza dei tempi e della mancanza di quotidianità. Tuttavia, mio figlio è entrato subito a far parte del mio mondo, passa molto tempo in libreria con me e si interessa a diverse attività che qui si svolgono, dalle letture ai laboratori anche se è presto perché si appassioni realmente anche ai libri. Se me lo immagino da grande vorrei solo due cose, che sia felice e, forse egoisticamente, che pensi ancora a me, che sia vivo o meno”.

Alberto, commercialista: “Ottimista nel vederlo crescere, nonostante dalla società vengano segnali negativi”

“Essere papà oggi credo che non sia molto diverso dall’essere stato papà ieri. È sempre una grande responsabilità e c’è sempre il dubbio di sbagliare e di non fare abbastanza per il proprio figlio, per creare le basi per il suo futuro. Amarlo sapendo che un giorno dovrai lasciarlo andare da solo con le sue gambe, senza poterlo aiutare. Sicuramente vederlo crescere e raggiungere traguardi ogni giorno è un grande incoraggiamento e una grande soddisfazione, che rende ottimisti, nonostante dalla società che ci circonda vengano spesso segnali negativi”.

Fabrizio, operatore sociale: “Nonostante il precariato, la gioia per la nascita di nostra figlia ha prevalso su ogni preoccupazione”

“La vita da quando è nata mia figlia, non è cambiata: è stata completamente rivoluzionata. Il cambiamento più grande c’è stato quando ci siamo resi conto di doverci dedicare totalmente a una terza persona, che richiede – tra l’altro – molte attenzioni. Per me diventare padre è stato una specie di rito di passaggio nella mia vita di uomo.  All’inizio non è stato facile conciliare questo grande cambiamento con il lavoro, anche perché la mia compagna ha ripreso a lavorare 25 giorni dopo il parto. Nonostante lei sia una libera professionista e può più o meno gestire per conto suo orari e giorni liberi, confesso che una grande mano ce l’hanno data e ce la danno i nostri genitori. Mio fratello che ha appena avuto un figlio, ma abita fuori Bari, ad esempio, non può contare sull’aiuto dei nonni e sta incontrando molte difficoltà in più. Quando è nata nostra figlia, sia io che la mia compagna eravamo precari, ma la gioia della nascita e l’amore sono prevalsi su ogni preoccupazione e, a differenza di molti nostri coetanei (Fabrizio ha 31 anni ndr), ce ne siamo fregati. Se penso a mia figlia da grande so già che sarà una ribelle, come me e come sua madre. Non la immagino in nessun altro modo”.


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