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Micromega è il sesto album di Ottodix, pseudonimo di Alessandro Zannier, l’artista che ne ha curato musiche, testi, artwork, opere e art direction generale. Zannier è un artista visivo e scultore, oltre che musicista, arrangiatore e autore, e questa natura poliedrica si riflette anche sulle sue creazioni musicali. Micromega è un disco di electro-pop, e si ispira alla novella omonima di Voltaire.

Per il tour, Zannier sarà affiancato da quella che è la sua band canonica (con Mauro Franceschini, Loris Sovernigo e Giovanni Landolina), oppure dall’Ottodix Ensemble (band e quartetto d’archi). Lo spettacolo unirà musica, reading, scienza e arte visiva.

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Mi sembra che da Micromega emerga una visione piuttosto razionalistica delle cose. Come la concilia Ottodix con la sua arte?

In effetti è uno dei punti caratteristici del progetto.
Parto dal concetto che la scienza, la fisica, l’astrofisica e tutto ciò che indaga nei misteri della natura delle cose, abbia un potere visionario potentissimo e concreto. Astrazione, utopia e concretezza. La ricerca dell’ignoto che affronta chi studia queste materie prevede una grande capacità di immaginazione e un’apertura mentale enorme. Studiando cose come la teoria delle stringhe, i buchi neri, le dimensioni extra, devi mettere in dubbio completamente tutti i fondamentali della realtà apparente con cui vivi e ti devi porre delle domande filosofiche che vanno oltre l’arte. Perché arte è finzione, mentre qui potresti essere di fronte a una diversa spiegazione della realtà. Sempre di più, infatti, la scienza chiede all’arte spunti per nuove ipotesi di ricerca e viceversa l’arte utilizza la scienza e la tecnologia per ampliare i suoi orizzonti. C’è un clima molto collaborativo e stimolante, a mio avviso.

L’essersi ispirati a una novella del ‘700 di Voltaire non è un caso. L’ambientazione “spaziale”, in cui i due filosofi di Sirio (Micromega) e di Saturno si cimentano in un viaggio di istruzione nel sistema solare, è un percorso tra mondi e società in scala diversa con meccanismi simili tra loro.
Questo voler cercare uno schema dietro alle cose in apparenza irrazionali, è un mio tarlo da sempre e lo ricerco anche nelle arti visive. La speranza che un’entità superiore, un ordine calcolabile, una spiegazione logica e lucida, ci siano  sempre, dietro al caos apparente della natura e delle vicende umane, è l’unico appiglio di speranza in questi periodi di caos di perdita del senso della misura, in cui l’uomo medio spara a zero contro il suo simile e in cui gli schemi del nostro caro Occidente vengono messi a dura prova da economie globali e integralismi religiosi.
Quello che suggerisce l’operazione Micromega è il ricordarsi che la storia è ciclica e che probabilmente, in questo periodo in cui la lettura del presente è complicatissima e confusa, dietro l’angolo potrebbe esserci un Neo Illuminismo tecnologico (perdonatemi il termine) come ipotesi da seguire.
Un mondo in cui la tecnologia venga ridimensionata e utilizzata sfruttando solo l’enorme potenziale positivo che ha e in cui l’ambiente e la conoscenza siano al centro delle priorità. La conoscenza scientifica, razionale del mondo è l’unico tavolo di confronto oggettivo tra gli uomini, al di là di interessi politico economici o di visioni religiose interpretabili a piacimento. Ecco quello che sogno.
Il CERN di Ginevra è forse stato il primo esperimento di società multietnica, basato sul rispetto del lavoro reciproco, in cui pakistani, indiani, americani, tedeschi e cinesi se ne fregano del mondo di provenienza e confrontano dati oggettivi. Ambienti meritocratici che rincorrono utopie del sapere. Ecco perché gli ho dedicato una canzone, la prima.
Antireligiosa, come un po’ tutto l’album, ma non anti-spirituale. Le visioni filosofiche e i viaggi mentali che si fanno gli uomini di scienza sono forse anche più profonde e mistiche di chi crede ciecamente a un dogma religioso.

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Micromega è il sesto concept album di Ottodix.

Onestamente, di 6 album, questo è il quarto. I primi due erano raccolte di canzoni con modalità e suoni particolari, ma album più canonici.
Sì, ho dato questa caratteristica alla mia produzione, anche se non ho mai inseguito il modello degli anni ’70 del concept-progressive. Qui le tematiche sono sempre sviluppate e auto concluse in canzoni con un inizio e una fine, mai collegate come un soundtrack o con un andamento organico. La dimensione pop di canzone classica è un contenitore che amo, perché impone dei limiti e ti sfida a universalizzare un concetto, senza eccedere in autocompiacimenti stilistici e complicazioni ulteriori in cui la meravigliosa mancanza di regole spesso nasconde una mancanza di sintesi. Ci vuole un argine per rendere fruibili viaggi così complessi e io me lo do con la scelta del formato “classic – song”, anche se poi i testi sono molto più complessi di un singolo da classifica.

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Si può parlare di multimedialità, per questo ultimo disco di Ottodix?

Multimedialità è, come sai, una parola oggi molto scivolosa. Racchiude molte cose, ma anche molti malintesi. Uno di questi è l’essere interdisciplinare, l’altro è la contaminazione di linguaggi stilistici e mediatici. Micromega è, come altri miei concept, e più di tutti, un’idea. Un’idea che sviluppo in scrittura, in musica e nelle arti visive sotto forma di mostra o mostre a tema. Questi tre aspetti, che per mia fortuna riesco a portare avanti unitariamente, troveranno poi dei contenitori speciali in cui confluire e di cui si potrà usufruire.
Uno è la piattaforma – player digitale, che è una sorta di enciclopedia visionaria di consultazione dei temi trattati, illustrata da me con disegni e con versioni (moltissime) diverse dei brani del disco, con un sistema di organizzazione a frattali, per sotto-satelliti. Un’opera gratuita di consultazione, organizzata in nove livelli di grandezza, uno per canzone che crescerà negli anni come un organismo.
L’altro contenitore sarà uno spettacolo live che stiamo testando ora, molto suggestivo tra divulgazione e intrattenimento, in grado di portare un set misto, tra musica, reading, contenuti scientifici e visuals con scenografia, quartetto d’archi, elettronica e band, assieme. Una vera sfida per invadere eventi e situazioni museali, culturali e teatrali. Ambedue questi aspetti, piattaforma player e spettacolo, sono multidisciplinari, ma non sono più di tanto interattivi. Sono più che altro di consultazione gratuita e di fruizione.

In che senso Micromega è un “Progetto Etico”?

È un progetto che aderisce ai principi di un collettivo di Arte Etica in via di costruzione, che in futuro avrà un momento di presentazione ufficiale e in cui chi aderisce rimette al centro della propria ricerca una comunicazione più diretta con il pubblico, con un messaggio propositivo per la cultura collettiva, meno legato a tutti i costi a una ricerca estetica formale fine a sé stessa, o a dinamiche tutte interne ai  circuiti dell’arte contemporanea, oramai troppo scollegata dalle problematiche urgenti della società e imprigionata spesso in sterili sofismi di forma.  Almeno, io aderisco in questi termini a questa idea di collettivo.

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Alla fine di questo viaggio tra microcosmi e macrocosmi, cosa pensano gli Ottodix? Siamo soli oppure no?

Innanzitutto perdona se rispondo sempre a titolo personale, ma gli Ottodix sono la dimensione live del progetto, mentre quella in studio e di scrittura sono da sempre una mia creatura. Detto questo, penso che innanzitutto Micromega suggerisca di ritrovare “il senso della misura” nelle cose, all’interno della natura reale, in un momento in cui l’uomo tecnologico e digitale sembra essersi un tantino scollato dalla realtà, e lo può fare solo osservando i reali, impressionanti, dati sulla grandezza della Terra rispetto al sole, alle stelle più grandi, alle galassie, ai sistemi di galassie, ma anche ai mondi subatomici delle micro particelle. Un viaggio nella vertigine, terrificante, in entrambe le direzioni, in cui noi siamo al centro.
È un invito a farsi piacere il nostro ordine di grandezza, innanzitutto, rispettandolo assieme a tutto il suo ecosistema.
Per quanto riguarda l’essere soli o meno nel cosmo, è una domanda a cui è già statisticamente stata data una risposta. Ipotizzando la vastità delle proporzioni del cosmo conosciuto, la vita, anche evoluta, è quasi certa. È invece molto più improbabile venire a contatto con essa, e a quanto dice Stephen Hawking, anche poco auspicabile.
La  riflessione razionalistica che viene fatta, semmai, è sul fatto che la forma di vita è un nostro punto di vista, una bizzarra manifestazione della materia inerte, che è destinata a tornare sempre prima o poi al suo stato iniziale di materia, e che il cosmo, anche in assenza di vita totale, si muove e va avanti tranquillamente per il suo percorso. Tremendo, eh? Ma per reazione fa godere meglio le piccole cose di ogni giorno.


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