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La notizia è fresca ed entusiasmante: l’estate pugliese accoglierà la mostra del fotografo surrealista Man Ray, nelle sale del castello angioino di Conversano, in provincia di Bari. La selezione dei lavori del fotografo americano sarà a disposizione del pubblico a partire dal 17 luglio, il che significa che abbiamo tempo a sufficienza per ricordare l’importanza di questo artista e gli incontri che hanno influenzato la sua carriera.

Man Ray, pseudonimo di Emmanuel Rudzitsky, nasce nel 1880 a Filadelfia, da una famiglia di immigrati russi di origine ebraica. Proprio a causa di questa discendenza, decide – a 22 anni – di anglicizzare il suo nome, evitando ripercussioni antisemite sulla sua carriera di artista.
L’elemento peculiare della produzione di Man Ray sta nella sua sperimentazione in campo foto e cinematografico. L’artista, infatti, sarà sempre ricordato per i suoi ritratti surrealisti di amici, colleghi e modelle: tra questo l’iconico nudo di donna, “Le violon d’Ingrès”, tanto semplice a livello compositivo, quanto complesso nei suoi significati e nei suoi riferimenti storico-artistici.

man ray

La modella ritratta nella fotografia del 1924 è Kiki De Mountparnasse, cantante molto popolare della Parigi degli anni Venti e amante di Man Ray. L’oggettivizzazione del corpo femminile, ottenuta tramite la traccia delle chiavi di violino sulla schiena è una blague tra l’artista e la sua amante, che ne diventa – momentaneamente – il suo passatempo erotico. Al netto della considerazione della donna (siamo pur sempre nell’Europa del secolo scorso), non dimentichiamo che siamo negli anni del ready made Dada, con cui il collega e amico Marcel Duchamp compie la sua rivoluzione in campo artistico e museologico. La fotografia di Man Ray si sposa perfettamente alla filosofia dadaista e alla poetica del “già pronto”: cosa c’è di più perfettamente completo di un corpo umano? La componente artistica, dove per “arte” s’intende “artificio”, nasce nell’intervento pittorico sulla schiena della modella e sul suo diventare – col minimo sforzo manuale e col massimo sforzo intellettuale – un oggetto da museo.

Questo è solo un degli esempi più eclatanti della straordinaria produzione dadaista e surrealista di Man Ray. La sua vita, ricca di incontri, amicizie e delle attenzioni delle donne più interessanti dell’epoca, è un vero e proprio prontuario del perfetto artista novecentesco. Tra le tante conoscenze femminili, c’è sicuramente la brillante Lee Miller, fotografa, reporter e modella americana. Nel periodo della loro stretta collaborazione e relazione personale – parliamo degli anni Trenta del Novecento – l’artista sperimenta la tecnica della solarizzazione, che dà vita a figure fortemente esposte in cui le porzioni positive e quelle negative dell’immagine finiscono per invertirsi.

lee miller ritratta da man ray 1930

Questa tecnica diventa in breve tempo uno dei cavalli di battaglia dell’artista, uno dei diversi sintomi del suo animo pioniere e del suo occhio creativo. Eppure, parte della critica è portata a pensare che la vera inventrice della tecnica della solarizzazione fu proprio Lee Miller, allora assistente del fotografo, che si accorse per puro caso dell’effetto dei raggi del sole sulla carta sensibile. Allora la modella stava muovendo i primi passi di quella bella e lunga carriera che l’avrebbe attesa e non ci fu alcun dubbio sull’attribuire la tecnica al nome più illustre dello studio.

Questi sono solo alcuni degli innumerevoli aspetti della carriera dell’artista americano che avremo la fortuna di osservare in mostra in uno dei contenitori culturali più belli della provincia di Bari. La carriera di Man Ray, però, è ricca di particolari che meriterebbero di essere affrontati, compito che demandiamo al lettore, che saremo felici di seguire in questo straordinario viaggio in uno dei movimenti che hanno fatto la storia dell’arte contemporanea.


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