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La “sentenza Bosman”, pioniera del cambiamento radicale dello sport professionistico in Europa, sta per compiere 22 anni. Il 15 dicembre 1995, infatti, la Corte di Giustizia della Comunità Europea emanò la storica pronuncia con la quale veniva sancita la libertà di circolazione dei giocatori nell’ambito del territorio comunitario, l’abolizione del vincolo sportivo per gli sportivi professionisti.
Pur avendo avuto il merito di attuare i principi cui si ispira la politica comunitaria, la sentenza Bosman non ha tenuto conto degli aspetti peculiari della realtà del mondo sportivo e del fatto che, in questo settore, l’applicazione integrale delle norme che si rifanno ai suddetti principi avrebbero potuto comportare delle conseguenze negative.
È implicito, infatti, che l’afflusso e l’impiego di giocatori stranieri nelle squadre abbiano compromesso i nostri settori giovanili e i nostri vivai, fondamentali per la preparazione dell’atleta al professionismo sportivo.
Invero, l’applicazione letterale del dettato delle regole comunitarie va contro l’interesse promozionale ed economico collegato alla cura dei vivai e dei settori giovanili e all’attenzione dei clubs professionisti a scegliere di investire risorse per i giovani sportivi. Questo interesse è disincentivato a causa dell’”invasione” di giocatori stranieri che spesso ostruisce la strada del professionismo a molti ragazzi italiani di belle speranze e promettenti.
A questo si deve aggiungere che viene compromessa la famigerata tradizione delle scuole calcio e soprattutto l’aspetto ricreativo e formativo che lo sport ha avuto sempre per i giovani.
Non è un caso che, attualmente, pochissimi club siano disponibili ad investire sui settori giovanili, visto che, dopo la sentenza Bosman, ci potrebbe essere il rischio di perdere i propri atleti, liberi di collocarsi in altre società, spesso senza ricevere nessun indennizzo di formazione e di promozione.
Una delle conseguenze negative si può constatare leggendo le formazioni delle rappresentative nazionali che partecipano alle competizioni oltreconfine di pallavolo, pallacanestro e non in ultimo di calcio.
Senza soffermarsi troppo su quest’ultima rosa azzurra, che a parere di chi scrive qualora non vengano modificate le consuetudini della maggioranza dei clubs italiani, potrà solo peggiorare le sue prestazioni vista la carenza di calciatori italiani, vediamo che tra i più casi eclatanti degli ultimi anni c’è quello in cui l’FC Internazionale, durante la partita di Champions League disputata dai nerazzurri contro l’Artmedia Bratislava e vinta per 4-0, fece scendere in campo undici giocatori non italiani.
A sostegno della “teoria dell’invasione”, inoltre, si deve evidenziare quanto accaduto nella partita del Campionato di Serie A, tra Inter e Udinese di qualche tempo fa. Le squadre hanno giocato con 22 stranieri in campo per i primi 76’ minuti di gara.
L’interesse di chi scrive non è certo quello di vietare alle società che militano nei campionati italiani di tesserare stranieri o di giovarsi di quanto previsto con lo ius soli sportivo (L. n.12/2016).Tuttavia, per il bene sportivo della nostra Nazione sarebbe necessario ridurre o mettere dei freni a determinate libertà.
I nostri settori giovanili dovrebbero essere una grande fucina di giocatori e invece, spesso, si prediligono: la parte fisica e non quella tecnica; la riduzione dei costi di formazioni attraverso l’ingaggio di giocatori stranieri bravi, senza documenti, senza lunghe burocrazie e senza età certa utilizzabili a seconda delle esigenze delle società e degli agenti dei calciatori. Un fenomeno che non di rado assomiglia alla “tratta del talento”.
Riprendere ad investire su vivai con giocatori italiani è oneroso, rischioso e spesso, in virtù delle norme federali attive, complicato. Allo stato attuale, tuttavia, è l’unico modo che abbiamo per continuare a motivare il lavoro degli allenatori e della dirigenza delle associazioni sportive dilettantistiche e regalare spazi non solo ludici ai nostri bambini e ragazzi che, fatte salve alcune realtà come ad esempio Sassuolo e Atalanta per il calcio, non hanno modo di crescere tecnicamente ed aspirare a fare della loro passione la loro attività lavorativa.
Pe info e approfondimenti, scrivere a avvocato@valentinaporzia.com.


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