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“Non siamo qui per buttare la chiave, ma per fare seguire un percorso volto al recupero del minore”. Nicola Petruzzelli è direttore del carcere minorile Fornelli di Bari dal 1995. Contattato da Borderline24 ha descritto qual è la situazione attuale delle carceri per minori in Italia.

Direttore, in 23 anni come è cambiato il carcere di Bari?

“Bisogna necessariamente fare una premessa di carattere giuridico. In Italia la riforma del 1989 del codice di procedura penale ha introdotto una serie di novità,  coerenti con i principi di diritto internazionale  e costituzionale che presiedono al trattamento dei minori autori di reato. In particolare devono essere  considerati i principi costituzionali secondo i quali  le pene non possono essere contrarie al senso di umanità e  devono tendere alla rieducazione dei condannati (art. 27 Cost.) e che i minori ed i giovani adulti sono oggetto da parte dello Stato Italiano di una speciale protezione per la tutela dei loro diritti, anche se hanno commesso dei reati (art. 31 Cost., anche in relazione agli artt. 29 e 30).  In sostanza, il processo penale minorile deve avere comunque una finalità educativa e questo vale per qualsiasi reato, dalla rapina aggravata al furto,  dall’omicidio allo spaccio di stupefacenti, dall’estorsione alla  violenza sessuale. In quest’ottica di recupero e di reinserimento sociale, la riforma del 1989  ha considerato la carcerazione dei minori come l’estrema ratio, come una misura da applicare in casi di particolare gravità, per esigenze processuali o di tutela della collettività,  quando non è possibile esperire percorsi alternativi alla detenzione”.

Questo cosa ha comportato?

“Ha comportato che oggi in Italia ci sono soltanto 17 istituti penali per i minorenni  con una presenza media giornaliera di  400-450 minori e giovani adulti.  Qui a Bari ci sono attualmente  28 ospiti. Come si vede da questi numeri contenuti in Italia il legislatore  ha, di fatto, quasi abolito la carcerazione dei minori, rendendola comunque residuale. Quando sono arrivato  qui al  “Fornelli” negli anni ’90 c’erano in media 60 ragazzi presenti al giorno, poi,  al di là della riforma che ha introdotto il nuovo  codice di procedura penale minorile ci sono stati  i  vari provvedimenti legislativi emergenziali –  così dette   “leggi svuota carceri”  finalizzate  a contrastare il fenomeno del sovraffollamento delle carceri per adulti –   provvedimenti che hanno portato ad una ulteriore diminuzione dell’utenza penitenziaria minorile”.

Chi sono i minori attualmente detenuti a Bari?

“In generale, ormai la maggior parte degli ospiti dell’istituto non è più costituita da  minorenni. Molti sono  giovani adulti che hanno commesso il reato da minore ed hanno il diritto di rimanere in un istituto di pena minorile fino a 21 anni e da 21 a 25 anni, previa valutazione di alcune condizioni relative alla sicurezza ed alla continuità del percorso rieducativo.  Il carcere,  quindi, come detto, viene applicato – sia nella fase cautelare sia in quella dell’esecuzione della pena –  come ultima possibilità, soprattutto quando non hanno funzionato le precedenti misure non detentive che si eseguono o presso il domicilio familiare oppure in apposite comunità educative o terapeutico-riabilitative ovvero quando si è in presenza di  reati particolarmente  gravi, reiterati ed in presenza di rischio di recidiva specifica.  Normalmente noi qui trattiamo coloro che rappresentano  “lo zoccolo duro” della criminalità minorile, coloro per  i quali il percorso di recupero è stato più volte ipotizzato e realizzato ed è, per vari motivi, fallito”.

La scelta del legislatore di considerare il carcere come misura cautelare intesa come ultima possibilità in caso di condanna ha però comportato un utilizzo maggiore dei minori nelle attività criminose.

“Quando il legislatore ha introdotto una  normativa penale, processuale penale e penitenziaria di speciale  tutela del minore, ha messo in conto il rischio sociale che i minori potessero essere usati dalle  mafie e dalla  criminalità comune. Il legislatore ha agito, però,   in piena coerenza con i principi di diritto internazionale e costituzionale vigenti  ed ha valutato che era un rischio che si doveva correre comunque. D’altronde, come più volte ha ribadito la Corte Costituzionale nelle sue numerose pronunce in materia,  l’interesse preminente  della Repubblica nell’esercizio dell’azione penale nei confronti dei minori è la rieducazione ed il reinserimento dei minori che delinquono e non certo la loro emarginazione sociale”.

Qualche ragazzo che è riuscito ad uscire dal tunnel della criminalità?

“Tanti sono stati i ragazzi che si sono recuperati, nonostante la gravità del quadro processuale penale di partenza. Il nostro è un lavoro molto problematico, abbiamo a che fare con casi complessi e multiproblematici, con situazioni famigliari particolari e posizioni giuridiche gravi e di non facile soluzione. Ricordo ad esempio un ragazzo che aveva commesso una serie di   rapine a  banche ed  uffici postali, che aveva raggiunto un cumulo di pene rilevante, che poi è diventato un attore, dopo aver seguito un percorso teatrale con il Teatro Kismet OperA di Bari che dal 1996 realizza un laboratorio in questo Istituto.  Questo ragazzo ha recitato in prima serata al  Kismet  e ha portato alcuni suoi spettacoli in tournée  in giro per la Puglia.  C’erano tutte le promesse perché il suo percorso di recupero non avesse un buon esito – la recidiva, l’entità della condanna, una situazione familiare difficile alle spalle – ed  invece studiando, frequentando il laboratori di formazione professionale, partecipando alle attività culturali, ricreative e sportive in Istituto, seguendo le indicazioni degli operatori minorili e dei volontari  ce l’ha fatta. Oggi è un onesto cittadino che vive e lavora onestamente”.

Qual è la giornata tipo al Fornelli?

“I ragazzi si  alzano alle 07.00, si occupano della pulizia delle stanze di pernottamento, poi fanno  colazione verso le 08.00  ed alle 08.30 si incomincia la giornata con i laboratori di formazione professionale finanziati dall’Assessorato alla Formazione  Regione Puglia – ceramista ed operatore della ristorazione – e del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca – lavorazione del legno.  Abbiamo anche il corso di scuola primaria (elementare)  per l’alfabetizzazione degli  stranieri ed il corso di scuola secondaria di primo grado   (scuola media inferiore) per coloro che non hanno ancora assolto l’obbligo scolastico. Ci sono poi, nel pomeriggio il Progetto teatrale del Kismet, l’educazione musicale, le attività ricreative e sportive gestite dal Comitato Provinciale della U.I.S.P. di Bari,  grazie ad un  finanziamento dell’Assessorato allo Sport della  Regione Puglia. Noi abbiamo in dotazione  un campo sportivo di calcio regolamentare in erba sintetica,  un campo di calcetto, una palestra, un teatro, una cappella e sale ricreative per le attività di  tempo libero. Queste ultime attività si si svolgono  all’aperto, e. poi,  dopo la cena alle 19.30 i ragazzi  rientrano in camera dove hanno la possibilità si seguire la programmazione televisiva di loro gradimento, arricchita anche dall’offerta dei canali satellitari della piattaforma  Sky. Per le attività di osservazione e trattamento rieducativo l’organico del personale prevede educatori professionali, agenti del Corpo di Polizia Penitenziaria specialisti nel trattamento di detenuti minorenni, psicologi, un medico specialista in psicoterapia, un medico generico, due infermieri, operatori tutti che lavorano in equipe con un approccio  integrato e multidisciplinare”.

Di quanto è aumentata la presenza degli stranieri?

“Qui a Bari gli stranieri sono quasi la metà dei presenti.  Ma si tratta per lo più di  ragazzi  trasferiti da altri istituti del Centro-Nord  dove si verificano talvolta situazioni di  sovraffollamento causato dal fenomeno  dei  flussi migratori. La Puglia,  com’è noto, per i migranti  è una terra di approdo e di passaggio”.

Cosa manca, secondo lei, alla società per il recupero di questi ragazzi?

“Il problema della criminalità minorile non è un problema del carcere, è un problema nostro. della società civile. Il fratello di Aldo Moro, Alfredo Carlo Moro, grande giudice minorile, disse una cosa giustissima: dei principi della rivoluzione francese noi abbiamo realizzato forse il principio della libertà e dell’uguaglianza (formale) ma ci siamo dimenticati  quello della fraternità, della solidarietà tra gli uomini. I giudici sono quelli che arrivano tardi, noi dobbiamo promuovere percorsi di recupero, di benessere, prima e precocemente, altrimenti rincorreremo sempre i casi disperati. I tecnici dei trattamenti quando finiscono il loro orario di lavoro tornano a casa, e al minore che succede?  Ha bisogno di figure di riferimento,  di adulti significativi, molto spesso questo nella famiglia di origine manca; c’è bisogno di persone che fraternamente, solidariamente, affiancano i ragazzi. La società civile se ne deve fare carico e accompagnarli. Alfredo Carlo Moro diceva: “è più importante per un minore avere un buon giudice o un buon padre?” Tirarsi fuori dai problemi, dalla devianza minorile è un atteggiamento ipocrita che non ci porta da nessuna parte. Se vogliamo migliorare le cose ci dobbiamo mettere un po’ del nostro tempo, della nostra attenzione. Altrimenti i minori saranno sempre abbandonati e saranno sempre sfruttati dalla criminalità”.


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