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L’estate di tre anni fa, per l’agricoltura pugliese, è stata una stagione nefasta. Lavoratori stranieri e italiani sono caduti sotto il sole cocente mentre erano impegnati nelle lavorazioni o nelle raccolte dei prodotti stagionali.

Tra giugno e settembre del 2015, sono stati almeno 5 i braccianti, italiani e stranieri, morti di fatica in Puglia. Da Mohammed Abdullh deceduto nei campi di Nardò a Paola Clemente morta sotto un tendone di uva nelle campagne di Andria. Storie emblematiche di una situazione che purtroppo ancora oggi non trova soluzioni strutturali sul piano del contrasto al caporalato e allo sfruttamento lavorativo nonostante la legge 199 del 2016.
Una legge definita a più voci di “civiltà”, ottenuta dopo anni e anni di battaglie sindacali, che però aspetta di essere pienamente applicata soprattutto nella sua parte propositiva attraverso l’istituzione delle sezioni territoriali della Rete del lavoro agricolo di qualità.

Trasporto, intermediazione regolare del lavoro, accoglienza per i lavoratori migranti sono le principali azioni che sono ancora la palo di azioni qualificanti che sarebbero in grado di saldare qualità delle produzioni e qualità del lavoro alla cui base devrebbe esserci il rispetto delle leggi e dei contratti.
L’interesse non può che essere anche quello delle aziende sane chiamate a difendere le proprie produzioni da fenomeni di concorrenza sleale da parte di imprenditori che preferiscono sfruttare la manodopera, ricorrere al caporale e utilizzare la forma del lavoro nero.
Il profitto mascherato dietro produzioni di qualità ottenuto spudoratamente sulla pelle di chi si trova in una condizione di necessità mette a rischio lo stesso Made in Italy agroalimentare e pone il Paese di essere considerato incivile.

“Non riusciamo a spiegarci le ragioni della scarsa richiesta di adesione alla Rete del lavoro agricolo di Qualità. “Ciò che allarma maggiormente è il significato indiretto che si cela dietro l’assenza di un interesse per la difesa del valore qualitativo delle produzioni e qualità del lavoro svolto per quelle produzioni”, sottolinea Antonio Gagliardi, segretario generale della FLAI-Cgil Puglia.
Il 13 luglio scorso la FlaiI nazionale ha presentato il IV Rapporto Agromafie e Caporalato dell’Osservatorio nazionale “Placido Rizzotto”. Uno studio che scatta la fotografia dell’intera filiera agroalimentare del Paese focalizzando, tra le altre cose, il tipo di inquinamento criminale all’interno della filiera stessa e le dinamiche distorsive che intervengono nel mercato del lavoro agricolo dove circa 430 mila braccianti sono potenzialmente sotto sfruttamento. Lo stesso rapporto pone la Puglia al terzo posto in Italia per numero di arresti e denunce per caporalato dopo Sicilia e Toscana.

“E c’è chi vorrebbe modificare la legge 199. Mettere in discussione il suo impianto significa snaturare tutti gli sforzi realizzati fino a questo momento per rendere legale e trasparente il lavoro in agricoltura. Nella data in cui ricorreva il terzo anniversario della morte della povera Paola, la Flai Cgil Puglia ha preferito tacere in segno di rispetto per i familiari, inconsolabili per la tragica perdita”, ha commentato Gagliardi,
“Ma le battaglie della Flai continuano: in Puglia, anche quest’estate tornano le brigate del lavoro con le attività del sindacato di strada “Ancora in campo”. Dalla capitanata fino alle campagne del leccese, per parlare con i lavoratori impegnati nelle raccolte stagionali, per continuare a proporre azioni concrete in ragione della legge 199/2016 che non deve essere modificata, ma anche per dare voce ai lavoratori del settore che rifiutano il ritorno ai voucher. Tutti questi saranno certamente elementi di protesta e di discesa nelle piazze se l’attuale Governo non modificherà le intenzioni già manifestate sui temi specifici. Purtroppo il nostro Paese soffre della malattia della memoria corta: si dimentica che i voucher sono stati aboliti perché alimentano forme di precariato acuto; quello che serve ai lavoratori agricoli è maggiore stabilità lavorativa proprio per strapparli alle forme di sfruttamento criminale e non cadere nelle maglie del caporalato, e non certo consegnarli nelle mani di spietati aguzzini con tanto di “buono lavoro” che lava le mani a chi se le sporca di odiosi crimini” – ha concluso il sindacalista.


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