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“Vattene dall’Italia”, insulti razziali e tentativo di affogare un migrante: condannati due leccesi

Pubblicato da: redazione | Ven, 28 Settembre 2018 - 08:15
Aula Tribunale

La Cassazione ha confermato la condanna per tentato omicidio aggravato dall’odio razziale a due leccesi, Mirko Castelluzzo e Federico Ferri, per aver tentato di annegare un migrante minorenne, venditore ambulante, a Torre Chianca, nel Salento, nel luglio 2016. Il ragazzo, nel tentativo di recuperare un paio di occhiali, aveva trattenuto per il braccio la figlia di uno degli imputati, scatenando la reazione dei due.

Era prima stato preso a calci e pugni, poi trascinato in acqua. Secondo i giudici di merito si trattava di gesti idonei ad annegare il ragazzo, salvato dal solo “provvidenziale intervento di alcuni bagnanti”. I due imputati avevano urlato al ragazzo “vattene via, ti è andata bene, quello che ti abbiamo fatto è poco”.

I giudici hanno riconosciuto anche l’aggravante dall’odio razziale, in quanto – come ricostruito in sentenza – avevano continuato ad urlargli “ve ne dovete andare dall’Italia”, “fuori dall’Italia nero di merda, ritornate a casa tua”. Un percorso corretto, secondo la Cassazione. La prima sezione penale nelle motivazioni (sentenza n. 42525) scrive, infatti, che l’aggravante ha “il chiaro scopo di punire in maniera rigorosa e più severa i fatti connotati da protervia”, che “protendono alla negazione della dignità, del valore e dell’identità della persona come essere umano”.

La Cassazione stigmatizza “l’esplosione di violenza cieca, come momento di affermazione della superiorità verso un ragazzo indifeso extracomunitario, offeso e insultato, anche attraverso la sottrazione di oggetti dall’espositore”, e “colpito duramente nel momento in cui aveva solo fermato la mano della figlia del Castelluzzo”. Anche l’affermazione di aver colpito poco, il rammentare alla vittima che meritasse molto di più, e “l’intimidazione” di tornarsene a casa “erano espressioni chiaramente discriminatorie, non solo ingiuriose e offensive, ma indicative dello scopo dell’azione e lesive della dignità della persona. Ciò perché si legavano obiettivamente alla condizione di straniero della vittima che subiva prima un’umiliazione in spiaggia davanti a numerose persone e, poi, l’esplosione di una violenza inaudita che non aveva ragion d’essere”. Pur riconoscendo l’aggravante, la Cassazione ha eliminato il relativo aumento di pena, riducendo da 9 a 8 anni la condanna inferta, ritenendola il massimo per il reato di tentato omicidio in caso di rito abbreviato.

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