“Parlare di tumore polmonare è come parlare della neoplasia a più alta mortalità nei maschi e probabilmente fra qualche anno anche nelle donne. Il fumo, ancora oggi, è la causa principale ed in Puglia oltre 2000 persone ogni anno ricevono purtroppo questa diagnosi”. A parlare è Domenico Galetta, responsabile dell’Oncologia medica per la patologia toracica all’Istituto Oncologico Giovanni Paolo II. Ed è proprio all’Oncologico dove si mettono in campo due strategie: offrire la terapia più all’avanguardia per chi ha già una diagnosi di malattia ed evitare l’insorgenza per chi non ne è affetto. “Queste due facce della medaglia  – spiega Galetta – si coniugano mediante una serie di riuscite sinergie e progettualità all’interno della Struttura Semplice di Oncologia Medica per la Patologia Toracica istituita meno di due anni fa di cui sono responsabile ed affiancato da Annamaria Catino, Michele Montrone, Francesco Pesola e Vito Longo”.

Quali sono i servizi offerti?
Due ambulatori dedicati esclusivamente ai malati con malattia neoplastica pleuropolmonare che nel 2018 hanno visto quasi 500 nuovi pazienti, sette posti letto di degenza ed – esperienza unica nel suo genere – una infermiera completamente dedicata (care manager) che segue questi pazienti così complessi sia durante il loro ricovero sia telefonicamente dopo la dimissione. Ciò ha creato una armonizzazione solidale fra medici, personale sanitario e pazienti.

Come si cura una malattia avanzata?

Circa il 50% dei pazienti quando riceve tale diagnosi è già in uno stadio avanzato di malattia. Solo 1 su cinque è operabile. Una volta si diceva persino “meglio lasciarli stare”, “poverino deve fare la chemio ma è una cosa che non serve’’, e così via. Niente di più falso e più pericoloso. Oggi sono disponibili nell’Oncologico di Bari i più moderni farmaci per la terapia medica dei tumori polmonari, ma soprattutto ogni paziente viene discusso in TEAM multidisciplinare. Un gruppo di medici dedicato alla patologia polmonare, dal chirurgo al radioterapista, al patologo, al radiologo, al biologo molecolare e coordinati dall’oncologo medico, settimanalmente si riunisce e discute le scelte per la migliore terapia. La malattia viene guardata sempre più in profondità sino a poterne scoprire i più reconditi siti di attacco. Parole come EGFR, ALK, ROS, BRAF, sembrano strane sigle, ma – se un tumore ha uno di questi acronimi – esiste un farmaco corrispondente in grado di spegnere la crescita. Così avviene anche per l’immunoterapia, la terapia più richiesta e più “social’’ del momento, per la quale esistono precise indicazioni alle quali attenersi, viceversa si corre il rischio di somministrare un farmaco inutile se la situazione clinica non viene opportunamente inquadrata. La strenua ricerca del miglior bersaglio da colpire è la sfida che l’oncologia medica del ‘Giovanni Paolo II’ di Bari prova a realizzare quotidianamente insieme alle professionalità interne più brillanti.

E dove non si riesce a trovare un bersaglio da colpire?

In questo caso è possibile poter accedere a studi clinici innovativi, ovvero poter afferire, magari in anticipo di anni sul tempo di commercializzazione, a farmaci potenzialmente efficaci ma che possono essere affidati e gestiti solo da Centri altamente qualificati. L’Oncologia medica per la patologia toracica ha portato avanti, in questi ultimi anni, circa 50 studi clinici con molecole innovative, attualmente sono attivi e disponibili almeno 20 nuovi studi. Al noto “viaggio della speranza” si contrappone, sempre più spesso quando i pugliesi “legittimamente” vanno a chiedere pareri in autorevoli strutture del Nord, di essere reindirizzati a Bari perché è certo di ricevere terapie di pari livello. La rete di conoscenze, collaborazioni ed integrazioni fra la nostra struttura ed il resto dei ricercatori italiani e stranieri, è sintetizzata negli oltre 70 lavori scientifici pubblicati sulle più importanti riviste internazionali. È di soli pochi giorni fa la pubblicazione multicentrica italiana che i pazienti con mutazione di KRAS trattati con immunoterapia non differiscono da quelli che non hanno tale caratteristica come risultati, al contrario di quello che si pensava (Passiglia B. – Galetta D. British Journal of Cancer, 2019).

Circa un quarto di pazienti è classificato in stadio III a ponte fra più terapie possibili, quale risposta si riesce a dare loro?

Dopo aver discusso in team le caratteristiche del paziente e avviata una Pet prima di iniziare il trattamento chemioterapico, il paziente viene rivisto dopo soltanto 60 giorni con una nuova Pet. Se la malattia si è ridotta, come spesso accade, la terapia medica si associa alla radioterapia. I vantaggi di questa integrazione sono tanti e vanno dal risparmio di tessuto sano che non viene più danneggiato dai raggi X alla maggiore forza che chemio e radioterapia assumono quando vengono associate. Il trattamento integrato concomitante chemio/radioterapia è lo standard in ogni struttura che aspiri ad essere ritenuta qualificata e ciò avviene all’Oncologico di Bari. Se poi il risultato della induzione chemioterapica è ancora migliore il paziente viene ridiscusso per verificare che vi siano i margini per l’intervento chirurgico.

Cosa avviene sul versante della prevenzione?

Lavorare sulla prevenzione è ancora più difficile che lavorare sulla malattia, non si possono dare risposte immediate, non si ricevono molti supporti a sostegno di iniziative ed idee, e ci si trova nella imbarazzante situazione di vedere vanificate le certezze che da oltre cinquant’anni hanno sancito il ruolo cancerogeno del fumo di sigaretta. La Direzione Strategica dell’Istituto Oncologico di Bari qualche anno fa ha avviato un progetto di prevenzione primaria (Smoke-Free) che si è tradotto, nel corso di questi ultimi anni, in una serie di progetti:

  • “Kit Gioco Questa non me la fumo”, strumento educativo indirizzato ai bambini di 4 e 5 elementare acquisito al catalogo regionale della Promozione Salute Regione Puglia con oltre 6000 bambini già coinvolti nell’intera regione Regolamento vigente all’interno dell’Istituto stesso per fare un Istituto senza fumo come nelle più avanzate strutture ospedaliere internazionali
  • “Centro di disassuefazione tabagica” (rivolto a tutti, compresi i pazienti, parenti e dipendenti dell’Istituto) condotto da uno pneumologo, una psicologa ed un oncologo, riconosciuto dall’Istituto Superiore di Sanità
  • Attività di divulgazione del rischio tabagico realizzate anche sul territorio.

A tal proposito, una pubblicazione scientifica ha sancito il riconoscimento internazionale per questo lavoro (Bafunno D. et al Critical Review in Hematology Oncology, 2019 in press) e le collaborazioni nazionali ed internazionali sono diventate particolarmente sinergiche soprattutto con WALCE (Women Against Lung Cancer in Europe), una advocacy internazionale impegnata nella prevenzione dei tumori polmonari con una attenzione particolare verso le donne (le più a rischio in futuro), la cui Presidente nazionale, Silvia Novello dell’Università di Torino, ha consentito la nascita di una Sezione pugliese coordinata dall’oncologa Annamaria Catino.


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1 COMMENTO

  1. Ma perché per alcune malattie, come il tumore al polmone, si può dire che la migliore prevenzione è smettere di fumare e invece nel caso dell’Hiv (vedi esami in piazza pochi giorni fa a Bari) non è previsto consigliare come prevenzione di smettere di essere sessualmente promiscui?

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