Si chiama  sindrome da ostruita defecazione (SDO) e colpisce soprattutto le donne. Ma è poco nota. A raccontarci gli effetti della stipsi il professore Donato Francesco Altomare, docente associato di Chirurgia Generale all’Università di Bari. In uno studio di Altomare su 11881 pazienti visitati nell’ambulatorio di coloproctologia di tipo chirurgico (non gastroenterologico) nel corso di 10 anni, l’8.8% (1041) era affetto da stipsi cronica di vario tipo,  765 (73%) avevano una stipsi da ostruita defecazione  (76% era donna).

“Le più frequenti e invalidanti malattie funzionali, soprattutto nelle donne, con importanti ripercussioni sulla qualità della vita sono le patologie funzionali delle pelvi (stipsi, incontinenza uro/anale, prolasso). Questi disturbi – spiega Donato Francesco Altomare – sono stati per tanti anni sottostimati sia perché poco si conosceva della fisiopatologia degli organi pelvici sia perché solo recentemente sono state messe a punto metodologie diagnostiche e terapeutiche efficaci”.

Nell’Unità operativa di Chirurgia Generale ‘Michele Rubino’ del Policlinico di Bari è attivo da molti anni un Centro di diagnostica funzionale (ecografia transanale tridimensionale, manometria anorettale e colpodefecografia dinamica) e terapia chirurgica, dove vengono eseguiti, anche in collaborazione con gli uroginecologi, esami di elettrostimolazione delle radici nervose sacrali, elettrostimolazione periferica del nervo tibiale posteriore, rettopessi ventrale laparoscopica, riparazioni perineale del rettocele, trattamento del prolasso rettale con le tecniche di Delorme e Altemeier.

“Anche l’attività di ricerca in questo settore è particolarmente attiva – sottolinea il prof. Altomare – grazie agli studi del Centro interdipartimentale di ricerca per le patologie funzionali della pelvi (CIRPAP) dell’Università di Bari pubblicati sulle maggiori riviste internazionale”. La stipsi da ostruita defecazione (SDO), in particolare, classificata appena 40 anni fa come entità a sé stante nell’ambito delle stipsi è una disfunzione multifattoriale caratterizzata essenzialmente da difficoltà espulsive. “La situazione clinica di questi pazienti – spiega Altomare –  è paragonata ad un iceberg in cui le punte emerse facilmente visibili sono evitabili, ma la presenza di patologie sommerse non diagnosticate possono far fallire i tentativi terapeutici o addirittura creare nuove patologie”.

Quali sono i sintomi più frequenti?

“Tenesmo, senso di peso perineale, defecazioni frammentate e ripetute, necessità di digitazioni perineali, vaginali o endoanali, sforzi prolungati nella defecazione”.

Come si diagnostica?

“La diagnostica funzionale, una volta sgombrato il campo da patologie endoluminali che possono dare sintomi sovrapponibili, si avvale soprattutto della colpodefecografia dinamica o, laddove possibile, della risonanza magnetica nucleare o dell’ecografia transperineale. Anche la manovolumetria anorettale rappresenta un utile complemento diagnostico. La scarsa diffusione di queste metodologie diagnostiche di recente scoperta, rende spesso difficoltoso l’inquadramento di questi pazienti che spesso, in assenza di patologie ‘organiche’, sono etichettati come psichiatrici”.

La SDO è una conseguenza di altre alterazioni funzionali?

“Potrebbe essere il risultato di alterazioni della sensibilità rettale che porta la paziente a non avvertire lo stimolo utile ad espellere il contenuto intestinale, oppure di ostacoli al passaggio delle feci attraverso l’ano”.

Ci sono diverse tipologie?

“Le più frequenti sono conseguenti all’alterazione anatomica come la intussuscezione retto/rettale (o prolasso interno del retto) diagnosticabile soltanto con defecografia dinamica. La dissinergia del pavimento pelvico causata da una spina irritativa conseguente a disturbi psichiatrici per abusi sessuali in epoca adolescenziale, oppure dovuta a ragade anale, ascesso cronico anale, pregresso intervento proctologico. Si tratta quasi sempre di pazienti di sesso femminile in cui la normale coordinazione tra i vari momenti della dinamica defecatoria acquisita spontaneamente nei primi anni di vita, viene persa e, durante la manovra di Valsalva, anziché rilasciare gli sfinteri, li contraggono, chiudendo il passaggio delle feci attraverso l’ano. Questi pazienti non devono essere trattati dal chirurgo, ma avviati a terapie riabilitative talora col supporto psichiatrico. Anche il rettocele è una condizione frequente e tipicamente femminile dovuta all’erniazione della parete rettale anteriore che può sporgere più o meno intensamente dalla parete vaginale posteriore. Lo stiramento vaginale durante l’espletamento del parto o le continue sollecitazioni pressorie nelle pazienti stitiche favorirebbero un progressivo deterioramento del setto rettovaginale e la sua comparsa. Queste pazienti di solito avvertono un senso di peso e fastidio perineale e la necessità di una digitazione vaginale posteriore per consentire lo svuotamento attraverso l’ano”.

Bif&st 2019 Bari
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