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La Puglia, da ieri sera, ha una nuova legge per abbattere le liste di attesa in sanità, un nuovo strumento votato, tra mille polemiche, dal Consiglio regionale grazie “all’alleanza” tra una parte della maggioranza che sostiene la giunta Emiliano e i fittiani. Ma della proposta di legge depositata oltre un anno fa dal consigliere Fabiano Amati (Pd) non è rimasta traccia, è stata stravolta, rivoltata come un calzino.

Sulle liste di attesa, tema delicato e che riguarda da vicino il cittadino, si è consumata una battaglia politica interna alla maggioranza di centrosinistra. Un problema, che riguarda 4 milioni di pugliesi e migliaia di persone che rinunciano a curarsi, è stato trasformato in un braccio di ferro tra fazioni. Non lo diciamo solo noi, lo hanno ammesso gli stessi protagonisti ieri sera durante il consiglio regionale fiume, durato quasi dieci ore.

Alla fine ha vinto Emiliano, ma a pagare saranno ancora i cittadini. E non lo diciamo in senso metaforico: la norma approvata – seppure indirettamente – lascia i costi di visite ed esami a carico dei pugliesi. Analizziamo la legge e capiamo il perchè.

La proposta Amati, osteggiata dai medici sin dall’inizio, prevedeva un meccanismo semplice che in Emilia Romagna ha già dato i suoi risultati: in caso di disallineamento dei tempi di erogazione delle prestazioni tra pubblico e privato, l’Asl avrebbe dovuto sospendere solo momentaneamente l’attività libero professionale dei medici (l’Alpi o intramoenia), andando a potenziare il servizio pubblico. Questo punto è stato cancellato dalla legge approvata ieri. La norma adesso prevede che, in caso di disallineamento, il direttore generale abbia la facoltà di acquistare dai privati accreditati (o anche da personale interno) nuove prestazioni (visite ed esami), andando a superare il budget stanziato ad inizio anno. In sostanza, i manager aziendali sono autorizzati a sforare la spesa pubblica per comprare dai privati esami e visite specialistiche.

Ma chi paga realmente tutto questo? Indirettamente sempre il cittadino. Il paziente, infatti, non tirerà fuori di tasca propria i 200 euro per la visita, ma se le Asl torneranno a spendere più di quanto potrebbero realmente fare le conseguenze ricadranno comunque sui pugliesi. Una sanità in “rosso” – e i pugliesi lo sanno già – vuol dire nuovo piano di rientro, nuovi tagli a ospedali, reparti, laboratori, ambulatori, nuovo blocco del turnover e delle assunzioni, quindi meno servizi e meno efficienza. E, alla lunga, meno soldi anche per acquistare gli stessi esami e visite dai privati. Il cane che si morde la coda.


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