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“Non credo ci siano parole che possano spiegare realmente cosa significhi lavorare in terapia intensiva con lo scafandro (la tuta da astronauta) e la paura costante di passare dall’altra parte perché sei vulnerabile esattamente come quell’individuo cui stai prestando le tue cure”.

Sono le parole che ci invia un medico nella Rianimazione 1 del Policlinico di Bari mentre a fine turno osserva i segni rimasti sul volto e li immortala con una foto. Per ricordare a tutti cosa vuol dire essere in corsia. Di qui un appello ai cittadini: “State a casa al chiuso: avete tutto in casa, avete cellulari di ultima generazione, avete divani comodi, televisori supersonici, computer, libri, da mangiare almeno per un paio di giorni, anche se non c’è niente in frigo di sicuro ci sono spaghetti, di sicuro c’è un barattolo di pelati: fateveli bastare”.

“Non si può descrivere come ci si senta, in apnea, con il tuo stesso alito caldo che appanna il casco protettivo né spiegare il dolore dei tiranti della maschera che graffiano le tue gote come artigli. Così come non si può descrivere cosa resta della tua vita là fuori: l’isolamento dai tuoi cari, che non puoi contattare perché l’accesso al cellulare una volta dentro non ce l’hai (il touch non risponde con 2/3 paia di guanti) e che fremono perché non sanno che fine tu abbia fatto (dovevi uscire alle 20:30 ma sono le 23). Fare il rianimatore implica molti sacrifici ma questo va oltre. Molto oltre”.


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