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Era la sera del 12 luglio 2001. Porte spalancate e sedie portate sulle chianche a ridosso dei muri bianchi, come si usa fare a Bari vecchia, in piena estate per trascorrere una serata all’ “aperto” e fare due chiacchiere con i vicini. Michele Fazio si trovava sul lungomare con gli amici, ma non avrebbe tardato a tornare a casa. Ad attenderlo mamma Lella e papà Pinuccio. Michele aveva 15 anni e quella sera fu ucciso da un colpo di pistola alla nuca. Il bravo ragazzo di Bari vecchia, che studiava la sera e lavorava come garzone la mattina, fu ucciso per errore a pochi passi da casa, in quelle strade che fino a pochi minuti prima erano affollate di residenti e bambini e che, improvvisamente, si  svuotarono.

Inutile la corsa in ospedale,  Michele morì pochi minuti dopo. Il silenzio diventò assordante in quel pezzo di città macchiato ora da una colpa grave: aver toccato un innocente. Perché Michele con quel mondo non c’entrava niente, come non c’entravano i suoi genitori. La notte del 12 luglio del 2001 Bari si svegliò lentamente da un torpore. Il torpore della mafia che rende tutti sordi e ciechi. Il risveglio di questa città del profondo sud, fu per la verità molto lento. Le indagini sul caso Fazio furono archiviate nel 2003. Ma Lella e Pinuccio non si sono mai arresi. Assistiti dall’avvocato Michele Laforgia, continuarono a chiedere giustizia e alla fine il caso fu riaperto.

La squadra mobile, guidata da Luigi Liquori, e il pm antimafia Desiree Digeronimo non si arresero. Il lavoro degli investigatori fu lungo e alla fine le quaranta cimici piazzate nel borgo antico e i 57 nuovi testimoni, consentirono di ricostruire quanto accaduto quella sera. Nel maggio del 2005 gli assassini di Michele furono arrestati. Erano in quattro: a sparare a fu Leonardo Ungredda (ucciso nel 2003), il commando si completava con il diciottenne Raffaele Capriati, il diciannovenne Francesco Annoscia e il sedicenne Michele Portoghese. Quella sera avevano assunto droga e alcol ed erano armati. L’obiettivo era vendicare la morte di Francesco Capriati, ucciso dai rivali del clan Strisciuglio pochi giorni prima: avrebbero dovuto colpire il suo assassino Marino Catacchio, ma non trovandolo in casa avevano ripiegato su Vito De Felice. Ungredda lo vide seduto sull’uscio di casa, lo inseguì e sparò più volte. Un proiettile finì nella nuca di Michele Fazio.

Meno di un mese dopo la morte del ragazzo, a Bari arrivò don Luigi Ciotti e per Lella e Pinuccio fu un nuovo inizio e Libera una seconda casa. In Largo Amendoni, a pochi passi da casa Fazio, oggi c’è una scultura in memoria del 15enne, realizzata dall’artista Jean-Michel Folon: rappresenta una mano su cui è posata una colomba pronta a spiccare il volo, perché Michele era libero ed entusiasta, pronto a spiccare il volo e afferrare la vita.
Lì nel cuore del borgo antico la famiglia Fazio ha continuato a vivere con gli altri tre figli Nicola, Rachele e Antonella. A Michele Fazio sono intitolati un presidio di Libera a Giovinazzo e i campetti di calcio sul lungomare di Bari, dove giocava con gli amici.

Il suo è uno dei nomi elencati durante la marcia in ricordo delle vittime innocenti della mafia, organizzata da Libera ogni anno, perché è stato proprio questo: una vittima innocente. E ogni 21 marzo in una città diversa di Italia, viene ricordato in quell’elenco perché in quel giorno di risveglio della natura si rinnovi la primavera della verità e della giustizia sociale. Nel 2008 la marcia sfilò anche a Bari. Era la primavera pugliese. Il presidente della Regione Puglia era Nichi Vendola, a lungo membro della Commissione antimafia e il sindaco era il giudice Michele Emiliano, che della lotta alla mafia brindisina era stato l’artefice.

Bari si era svegliata anche in nome di quel ragazzino di 15 anni ucciso per errore e della sua mamma e del suo papà che non hanno mai smesso di combattere e che ormai da anni raccontano agli studenti la crudeltà della mafia. Il dolore che può provocare. “In questi 20 anni, noi abbiamo continuato a impegnarci – racconta Pinuccio Fazio. Abbiamo parlato ai ragazzi di tutta Italia lanciando un messaggio chiaro: la criminalità organizzata non dà potere. Chi si avvicina a quella gente finisce in carcere o al cimitero. In questi anni Bari è cambiata grazie all’impegno di tutti, il muro di omertà è caduto, ma – conclude – la strada è ancora lunga e non dobbiamo fermarci affinché non si dimentichi il nome di mio figlio e di tutte le vittime innocenti della mafia”.


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