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Era il 30 dicembre del 2017: una donna di 84 anni, Anna Rosa Tarantino, muore nel corso di un conflitto a fuoco nel centro storico di Bitonto. Agli inquirenti è subito chiaro che il fatto, rientrerebbero nel più ampio contesto di una “faida criminale” in atto a Bitonto tra i clan Conte, attivo in periferia e soprattutto tra le case popolari di via Pertini, e i Cipriano, operativi invece nel centro storico bitontino.

Entrambi gli schieramenti sfruttano i traffici di stupefacenti controllando le rispettive zone dello spaccio. I contrasti, già datati, sono ulteriormente peggiorati dall’autunno precedente quando alcuni esponenti dei Cipriano sono transitati nel gruppo rivale, avvantaggiando così i Conte che avrebbero potuto contare su una ‘piazza’ attiva per la droga attiva anche nella città vecchia. Una guerra consolidata quindi sulla quale gli investigatori puntano l’attenzione all’indomani dopo la morte della donna, uccisa per errore. Il punto di partenza delle indagini è, quindi, come ben spiegato dal direttore centrale Anticrimine Francesco Messina, la morte di una innocente.

E così pezzo pezzo, gli investigatori ricostruiscono il mosaico: le modalità di azione di quella che viene definita, un’azienda, una vera e propria ditta dove ognuno ha un ruolo preciso. Dove viene fissato un prezzario per i “lavoratori” a seconda del ruolo che rivestono: spacciatore o vedetta. L’organizzazione annovera anche i “…custodi della droga…”, “custodi del denaro”, gli “…steccatori…” ed i “corrieri…”. Ognuno quindi percepisce un suo stipendio tanto che, ogni venerdì, nella sede principale dell’organizzazione in via Pertini, protetta da porte blindate, il capo in persona provvede a consegnare la retribuzione per il lavoro prestato. Altissimi i ricavi: dai 20 ai 30 mila euro al giorno…”, riuscendo a smerciare, mensilmente, circa 30/40 kg. di stupefacenti tra cocaina, hashish e marijuana, ma anche amnesia (“…un’erba che ti fulmina il cervello…”).

 


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