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Operaio morto a Taranto, un collega: “Per l’azienda siamo numeri da sacrificare. Lavoriamo in condizioni disumane”

La rabbia e il dolore di chi lavora nello stabilimento ex Ilva

Pubblicato da: redazione | Lun, 12 Gennaio 2026 - 13:48
Ilva

Un operaio in servizio all’Acciaieria 2 dello stabilimento ex Ilva di Taranto, il 47enne Claudio Salamida, è morto oggi dopo essere precipitato dal quinto al quarto piano dell’impianto. L’uomo era impegnato nelle attività di controllo delle valvole quando si è verificato l’incidente che sarebbe avvenuto al convertitore 3. Il lavoratore sarebbe caduto per diversi metri in seguito al cedimento di un pavimento grigliato. Sul posto sono intervenuti i responsabili della sicurezza e il personale sanitario che ha tentato a lungo le manovre di rianimazione. Il lavoratore è deceduto per le gravi lesioni riportate. I funzionari dello Spesal hanno avviato gli accertamenti per ricostruire la dinamica e verificare il rispetto delle procedure di sicurezza. Salamida, che era originario di Alberobello (Bari), lascia la moglie e un figlio piccolo

“Lì dentro non siamo persone, siamo numeri – così sfoga la sua rabbia e il suo dolore un operaio collega di Claudio che intende rimanere anonimo – Così ci vede l’azienda. Numeri da spostare, da consumare, da sacrificare. Noi conosciamo il nostro ruolo, loro conoscono il nostro lavoro. E questo gli basta. Lavoriamo in condizioni disumane. Ogni reparto è una trincea, ogni mansione una condanna. Ogni operaio – racconta ancora – porta la sua croce, e la porta in silenzio, con dignità e responsabilità. Perché lavoriamo per vivere. Anzi no, per sopravvivere. Accettiamo quasi di tutto: turni, rischi, paura. Vediamo il bicchiere mezzo pieno anche quando è vuoto da tempo. Ogni mattina salutiamo la nostra famiglia convinti di tornare a casa. Ma qualcuno non torna. E allora di chi è la colpa? Siamo colpevoli di lavorare. Colpevoli di subire un ricatto che non abbiamo creato. Colpevoli di un’azienda allo sfascio, di manutenzioni mai fatte, di impianti pericolosi, della cassa integrazione, del ricatto occupazionale. Paghiamo noi. Sempre noi. Con un solo “reato” voler vivere una vita dignitosa. Sul posto – conclude l’operaio – ora il solito rituale: polizia ambulanza e pompieri, più in là i capi, forse tra loro chi ti ricattava, loro parlano ma non c’è più nulla da dire”.

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