Se da un lato una fetta consistente di baresi storce ancora il naso davanti ai cantieri per la mobilità sostenibile, dall’altro si leva la voce, forte e propositiva, di chi la bicicletta la usa ogni giorno. Una spinta favorevole che non si limita al mero entusiasmo, ma che offre spunti di riflessione cruciali per il futuro urbanistico della città, oggi arrivata a contare 60 chilometri di piste rispetto ai miseri 7 del 2014.
A tracciare il bilancio per questo quinto anno consecutivo di Bari “comune ciclabile” è Fabrizio Mione di Retake, che promuove l’evoluzione della rete pur evidenziando diverse criticità. Sperimentando la discussa pista di via Giulio Petroni, Mione racconta di aver raggiunto i confini di Carbonara dal centro in appena 18 minuti. “Mi è piacito parecchio – spiega l’attivista – ma qualche rischio si corre. L’infrastruttura va migliorata, ci vuole più sicurezza”. Nel mirino dei ciclisti finiscono soprattutto gli incroci più delicati, come quelli nei pressi di via Cancello Rotto. Per Mione il futuro resta roseo, a patto però di accelerare su un necessario “salto culturale” da parte dell’intera popolazione.
Una tesi, la sua, ampiamente condivisa dalla comunità dei ciclisti urbani baresi, sospesa tra il ricordo nostalgico delle prime storiche inaugurazioni, come quella di viale Unità d’Italia, e l’esigenza di risposte moderne. Agli attivisti non basta più il semplice recupero del tempo perduto rispetto ad altre realtà europee; si chiede un’esecuzione dei lavori più scrupolosa e una pianificazione organica che abbatta la frammentazione dei percorsi.