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La mia attività artistica è iniziata in “tenera” età suonando la chitarra, ma essendo abbastanza stonato mi resi conto che la carriera di musicista sarebbe stata alquanto improbabile. Essendo una vera e propria passione però, inizialmente pensai di studiare da fonico ritenendolo un compromesso piacevole, pur senza per forza eccellere come musicista.\r\n\r\nDetto fatto, iniziai a studiare da fonico. Durante gli studi, fortuna volle che malgrado la chiamata al servizio civile, la mia domanda all’ARCI CULTURA fu accettata e fui assegnato all’ufficio di Dario Fo e Franca Rame. Non ero ancora consapevole della bravura degli artisti con i quali stavo per intraprendere il mio percorso professionale, ma mi ci volle poco per capire. Inizialmente fui assegnato all’archivio digitale: mi occupavo della digitalizzazione di tutti gli archivi cartacei dei documenti. Un’attività interessante, anche perché quotidianamente mi passavano tra le mani documenti storici come copioni dell’800. Con il trascorrere del tempo i miei studi da fonico mi permisero di ricevere una tanto attesa richiesta: aiutare in tale ambito i “due giganti” anche durante gli spettacoli. Iniziai a seguirli prima come fonico e una volta completato il servizio civile, girai con loro in tournée; fu una bellissima esperienza e anche quando venne integrato un fonico professionista, pur di continuare il percorso con loro, decisi di fare il macchinista. Lavorare con loro è stato ciò che di meglio mi sarei potuto augurare, mi hanno insegnato molto sia da un punto di vista artistico, sia da un punto di vista morale; non dimenticherò mai quanta fiducia riponevano quotidianamente verso i giovani investendoli, sin da subito, di molte responsabilità e ripetendo sempre: è così che si impara prima.\r\n\r\nCon il trascorrere del tempo si fece sempre più forte in me la convinzione che il teatro è la forma d’arte più completa, poiché unisce: scenografia (quindi disegno), musica, danza e recitazione. Proprio a fronte di questa consapevolezza, sfruttai il più possibile le tournée accanto a loro tra i teatri d’Italia così da poter “rubare con gli occhi” l’Arte.\r\n\r\nCiò che maggiormente apprezzo di Dario Fo e Franca Rame è lo smisurato impegno profuso quotidianamente nel lavoro, impegno che senza ombra di dubbio è una delle componenti essenziali per ambire al successo. Malgrado la loro popolarità, ciò che sorprende è il loro riuscire con semplicità a mantenersi umili.\r\n\r\nPosso quindi affermare con certezza che è stata un’esperienza fondamentale per la mia crescita artistica, esperienza che di li a poco mi permise addirittura di iniziare a dipingere per strada. Si, anche questa è arte.\r\n\r\nA quanti anni Pao ha iniziato a dipingere?\r\n\r\nTardi in realtà: a 23 anni, in media si inizia a 14. Come ho raccontato prima, pur avendo iniziato da fonico prima e da macchinista dopo, pian piano l’aspetto artistico e le attività creative hanno cominciato ad affiancarsi e a prendere il sopravvento nella mia vita. Accettavo qualsiasi lavoro che poteva ispirarmi anche in piccolissima misura. Sono passato dalle esposizioni in fiera a fare l’imbianchino: accettavo tutto ciò che poteva avere anche una minima attinenza con quello che mi piaceva. Questo è stato fondamentale, ho sempre imparato a cavarmela anche accettando lavori che non sapevo fare.\r\n\r\nDurante la “crescita” lavorativa, dipingendo per strada e conoscendo altri artisti, lentamente iniziai ad apprendere i “trucchi del mestiere” e a scoprire nuove forme di ispirazione: copiare si, ma imparando. A differenza di quanto avviene a scuola: non sei obbligato a studiare, ma continui quotidianamente ad approfondire, per passione, perché vuoi crescere e imparare a fare sempre meglio.\r\n\r\nÈ durata tanto l’attività di Street art? \r\n\r\nIl periodo intenso si può racchiudere nei primi anni. Nel 2007, con la mostra al “Pac”, ha avuto inizio la prima produzione di opere in studio e tale “incipit” mi ha consentito di scoprire nuove appassionanti strade artistiche: a un certo punto si cambia (anche per una questione anagrafica). Credo che sia fondamentale seguire la passione e l’istinto anche quando si pensa di essere un po’ troppo “grandi” d’età perché se a 80 anni hai ancora “voglia” di dipingere… è bellissimo. Ci sono artisti che continuano a crescere ed altri che trovano una formula che funziona e magari si fossilizzano, il che è sempre un peccato. Anche in pittura sarebbe possibile identificare centinaia di artisti che, realizzato un quadro, nella loro “carriera” hanno riprodotto solo quello. Preferisco evitare di fare nomi, non mi piace citare esempi negativi.\r\n\r\nUn paio di artisti che invece ti hanno appassionato più di altri?\r\n\r\nMi guardo costantemente intorno. Sulla Street art apprezzo tantissimo BLU che ha avuto la capacità di inventare quasi un genere nuovo: dipinti e cartoni animati giganteschi sui muri. Lo considero tra i più bravi.\r\n\r\nPer quanto riguarda invece la pittura su tela, seguo un po’ di artisti: Di Piazza è tra quelli che apprezzo maggiormente. Il suo è surrealismo, ha uno stile che mi piace per tecnica e tematiche.\r\n\r\nRivolgendo uno sguardo ai maestri del passato: uno che ad esempio non si è mai fermato e ha continuato a “cambiare” è Picasso. Un genio proprio per questo: avendo inventato il cubismo avrebbe potuto vivere di rendita. A mio giudizio anche per questo motivo è passato alla storia: ha avuto il coraggio e la forza di continuare a “cambiare”, di sperimentare continuamente. La sperimentazione è ciò che apprezzo maggiormente in un artista e quando trovo che un certo tipo di pittura sta iniziando a diventare un cliché, una costante riproduzione di una forma, inizio a pensare che magari qualcosa si sia fermata al punto tale da diventare “statica”.\r\n\r\nL’esperienza a Berlino con l’esposizione dal 13 al 16 settembre. Si è trattata della prima mostra all’estero?\r\n\r\nNo, precedentemente avevo già fatto avviato gli iter necessari per altre esposizioni, ma per un motivo o per un altro, alla fine avevo sempre desistito dall’esporre, fino a Maggio, mese in cui abbiamo esposto a Monaco: è stata una bellissima esperienza. Berlino è un posto molto valido, fantastico per la creatività. La città è molto “viva” e a qualsiasi ora del giorno e della notte c’è gente che suona, che dipinge … Oggi c’è un interscambio totale e girare un po’ fa bene. Berlino mi ha fatto un effetto strano, non solo in positivo: è una città ancora in ricostruzione, molto diversa dal resto della Germania. Arrivano giovani da tutta Europa, tutti fanno gli artisti ma quelli che riescono “a campare” sono pochissimi. C’è un grosso fermento dal basso, ma non c’è un sistema in grado di reggere questa creatività.\r\n\r\nQuindi non è solo una “questione italiana”?\r\n\r\nNon ho tutta questa esperienza da poter dare un giudizio complessivo. Sicuramente il mondo dell’arte è un mondo molto difficile, molto chiuso. Sono stato ad esempio a visitare ART BASEL che è la fiera d’arte più importante al mondo e lì ho avuto il piacere di vedere il top. Quello, però, è un altro universo, neanche un altro mondo: stiamo parlando di quadri venduti a centinaia di migliaia di euro, opere che, pur se in molti casi non racchiudono neanche tutto questo valore artistico, ormai più per una questione di moda, di nome, di forze in gioco, di gente che gestisce i pesi e le decisioni, sono considerate così preziose. Ecco, quello è un certo tipo di arte che mi interessa in modo relativo.\r\n\r\nPortando la mia attenzione a ciò che preferisco, vedo che c’è un’arte underground che invece ha una matrice dal “basso”, molto più popolare, molto più conosciuta globalmente della quale fanno parte il surrealismo pop, la Street art o anche artisti mainstream come Murakami. Sono pochi gli artisti che riescono a essere conosciuti dalla maggior parte del pubblico. La maggior parte degli artisti ha una fama molto ristretta in un circolo di persone ristrettissimo, che però ha un grosso potere economico e stabilisce le regole del mercato e in qualche modo “indicizza” anche la storia dell’arte. È difficile scindere la storia dell’arte dall’800 ad oggi senza tenere in considerazione il mercato. C’è però un underground che si è creato una propria storia e solo alcuni elementi che spiccano più di altri vengono assorbiti nel mainstream: Bansky ad esempio, pur essendo un artista underground ha raggiunto una conoscenza così globale da finire per forza di cose nel mainstream.\r\n\r\nIl numero di artisti italiani nel mondo è davvero spropositato: la scena continua a cambiare con una velocità tale che è difficile restare al passo. Ciò che mi spaventa maggiormente è questa “bulimia di informazioni” che c’è con Internet: ormai c’è un ricambio così veloce che per forza di cose, quello che c’è dopo sei mesi o un anno, non c’è più. In tutti i campi c’è un ricambio così veloce, grazie anche ad una facilità di produzione dovuta ai nuovi mezzi tecnologici, che è difficile riuscire ad avere dei punti fermi. È difficilissimo adesso navigare in questo mare che diventa sempre più grande.\r\n\r\nCome si è sviluppato lo Studio?\r\n\r\nLo Studio è nato nel periodo in cui sono arrivate le prime attività artistiche e le prime richieste di collaborazione. Ricordo che ad un certo punto dovetti trovare una formula con cui lavorare, non più solo come persona: dal momento in cui mi dissero “se vuoi fare questo lavoro devi avere la partita IVA”, iniziai a pensare a una struttura che potesse seguire un pochino le collaborazioni, soprattutto con le aziende. Nacque così PAOPAO STUDIO (www.paopaostudio.it).\r\n\r\nScelta coraggiosa anche quella di Laura Pasquazzo che, ad esempio, ha lavorato per grosse aziende anche di moda.\r\n\r\nLAURA: “Piu che altro a me non sarebbe piaciuto lavorare in grossi studi, ma intraprendere una carriera da sola. Ho trovato lui (Pao) per strada e per caso. Riusciamo a compensarci.”\r\n\r\nPAO: “Lavorare in due con competenze diverse e teste differenti ha ampliato un pochino le possibilità e probabilmente il fatto di essere una coppia sia nel lavoro sia nella vita, quotidianamente fa tutto il resto. Ci sono circostanze in cui può essere difficile, ad esempio quando si litiga per un motivo o per l’altro. Fortunatamente accade molto raramente altrimenti non si potrebbe andare avanti… E’ chiaro che non essendoci una separazione tra vita privata e lavoro i problemi sono sempre con noi, però allo stesso tempo ciò rende la condivisione molto forte. Sicuramente meglio di essere soli, anzi diciamo che è stato un incontro fondamentale…”. Si condivide tutto.\r\n\r\nOra c’è una collaborazione con la SEVEN e in passato con altre grandi aziende. Come si entra in contatto con loro?\r\n\r\nIn realtà di solito sono le stesse aziende che cercano gli artisti, è sempre successo attraverso degli intermediari (agenti, agenzie pubblicitarie, ecc.) che, trovandosi a gestire lavori creativi hanno necessità di una “mano artistica”. Proprio grazie al loro lavoro queste persone spesso sono più attente alle “evoluzioni” della società e ci contattano per riportarle artisticamente sui prodotti. Sostanzialmente chi si rivolge a noi non ci chiede un particolare stile, noi proponiamo le nostre idee e se ne parla trovando punti in comune. È divertente così, sono sempre collaborazioni, quindi ti devi confrontare con realtà esterne e diverse, ma è stimolante perché quotidianamente possono nascere incontri che favoriscono la crescita non solo professionale.\r\n\r\nE’ un arte che deve arrivare a tutti, giusto?\r\n\r\nÈ un modo semplice, ma comunque efficace di portare l’arte in ambiti differenti, anche più commerciali se vuoi. Sono convinto che l’arte non deve assolutamente essere un prodotto di élite, ma di massa; più che un prodotto l’arte è una “necessità” che tutti hanno. Una tendenza al bello, alla novità, a qualcosa che ti arricchisca dentro.\r\n\r\nUno degli artisti che nel tempo ritengo mi abbia influenzato molto è Munari, un designer italiano molto importante che ha dato molto spazio all’insegnamento. Lui sosteneva che l’artista deve scendere dal piedistallo, sporcarsi le mani e dipingere anche l’insegna del macellaio.\r\n\r\nC’è questa idea dell’artista che vive lontano dal mondo, invece ciò che più conta è vivere nel mondo contemporaneo in cui le contaminazioni tra generi, anche favorite dai media sono sempre più comuni. La Street art, ad esempio, ha questa forza di essere un movimento globale con tendenza per certi versi anarchici. Puoi trovarci dentro di tutto ed essendo fatta in spazi pubblici è ovvio che una dimensione politica e sociale ci sia, già per il solo fatto di intervenire in uno spazio che è di tutti…\r\n\r\nMi sono particolarmente piaciuti i tuoi “panettoni” in giro per Milano. Sono davvero in grado di rallegrare.\r\n\r\nQuesta è stata una delle motivazioni per cui una volta che ho iniziato, ho continuato. Mi sono reso conto che era una sorta di terapia che stavo facendo per me e per gli altri, infatti le reazioni che suscitavano erano sempre positive.


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