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I disciplinari di produzione sono stati creati per salvaguardare e garantire l’identità dei vini italiani. In ordine di prestigio – ma non per forza di qualità – si tratta di:\r\n

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  • DOCG (Denominazione di Origine Controllata e Garantita): rimanda alla provenienza geografica di un vino e alle sue norme di produzione. Viene conferita dopo almeno dieci anni di DOC, per riconosciuta ed eccezionale qualità, fondata su fattori umani, naturali e storici. Qualche esempio: Taurasi, Franciacorta, Barolo, Primitivo di Manduria dolce naturale, Chianti, Montefalco Sagrantino, Amarone della Valpolicella.
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  • DOC (Denominazione di Origine Controllata): rimanda alla zona d’origine delle UVE. Qualche esempio: Aglianico del Vulture, Cirò, Sangiovese di Romagna, Trebbiano d’Abruzzo, Colli Orientali del Friuli, Barbera d’Alba, Castel del Monte, Cannonau di Sardegna.
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  • IGT (Indicazione Geografica Tipica): rimanda alla rispettiva indicazione geografica, da cui devono provenire almeno l’85% delle uve. L’IGT separa i vini da tavola dai vini con indicazione d’origine. Alcuni esempi: Colline Pescaresi, Irpinia, Valle d’Itria, Maremma Toscana, Vigneti delle Dolomiti.
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\r\nE’ d’obbligo sottolineare la presenza in Italia di strepitosi vini da tavola e mediocri bottiglie con la fascetta DOCG.\r\n\r\nUna grande cantina in Franciacorta – Ca’ del Vent – è uscita nel 2015 con L’Escluso: il vino è stato giudicato dalla commissione non idoneo perché troppo ricco e con anomalie, per squilibri al gusto e all’olfatto. Per l’azienda e per molta critica “In questo vino più di tutti si è riusciti a valorizzare sentori minerali, sapidi e freschi tipici delle uve prodotte nei nostri vigneti in un’annata di grande pregio”.\r\n\r\nNegli ultimi anni lindustria del vino sta spostando l’asse del significato intrinseco al concetto di denominazione di origine.  Anziché salvaguardare la connessione tra prodotto finito, territorio e sue uve, ritiene quasi inevitabile l’immissione in disciplinari storici di vitigni migliorativi internazionali. Secondo questa posizione, è il mercato a richiederlo: l’idea è quella di ottimizzare la competitività del vino italiano. Più quantità e meno qualità. Negli ultimi quarant’anni la vite di alcuni territori storici è diventata coltura forzatamente dominante.\r\n\r\nGuardando più da vicino la dinamica, tutto ha avuto inizio con le numerose e lunghe indagini, attestanti le frequenti violazioni dei disciplinari da parte dei produttori, che spesso utilizzano uve diverse da quelle consentite. Ci si è dunque interrogati sulla necessità di cambiamento. Ma in che direzione? Scoperta la truffa, la si legittima e condona?\r\n\r\nNel 2012 si è discusso molto di Chianti Classico DOCG. Forse una delle denominazioni che più aveva bisogno di rilancio in Italia. Territorio storicamente vocato per il Sangiovese, unito ad autoctoni minori (Canaiolo e Colorino) e alle bacche bianche Trebbiano e Malvasia. Si tratta di un vino immensamente buono. E penso alla bottiglia di Giovanna Morganti Le Trame, al Doccio a Matteo di Caparsa, al Sine Felle di Podere Casaccia. Vini che non vogliono stare a guinzaglio, austeri e longevi, qualche volta un po’ spigolosi. Le aggiunte di Merlot unite al legno piccolo lo domavano e per un po’ la politica di ammorbidimento è sembrata funzionare. Ma poi il Chianti ha perso il suo valore, il suo appeal commerciale e la sua credibilità, tante erano le mediocri bottiglie prodotte. Torniamo alla bacca bianca, abbassiamo il Merlot, valorizziamo il Sangiovese! Questa potrebbe essere la strada per riavere quel vino unico che merita di essere. E’ importante citare la scelta di Giovanna Morganti, che nel 2012 con orgoglio ha scritto sul suo commuovente Le Trame “Toscana Rosso IGT”.\r\n\r\nNel 2011 si è tentato di mutare il disciplinare del Rosso di Montalcino, dando la possibilità di aggiungere vitigni alloctoni (Cabernet Sauvignon, Franc e Merlot). Povero Sangiovese. Perché omologare un simile splendore toscano? Fortunatamente, dopo lunga polemica, la proposta è stata bocciata all’assemblea del CdA Consorzio Brunello.\r\n\r\nNel 2009, la storia si ripete ai danni della DOC calabrese Cirò, storicamente composta da uva Gaglioppo per il 95%. Si volevano aggiungere – nei limiti del 20% – i soliti tre vitigni internazionali. Non più una nicchia di mercato meridionale unica e artigianale, ma il solito rosso dagli angoli smussati.\r\n\r\nPotremmo procedere con molti altri esempi, ma il concetto non cambia.\r\n\r\nQuesta pericolosa deriva potrebbe non essere lungimirante. La tipicità e il territorio sono aspetti che esulano da mode e tendenze commerciali di breve/medio periodo. Conservare l’origine di una denominazione con le sue storiche uve significa esaltare la biodiversità dei nostri areali di produzione. Può anche essere vero che in determinati periodi funzioni di più, soprattutto nei mercati esteri, un vino ammiccante e piacione, dal sapore prevedibile e grasso. Ma non è la denominazione d’origine a dover inseguire tendenze momentanee dalla dubbia durata. Ogni modifica priva di progettualità vera è sterile fotografia del marketing del momento. Il rischio è commettere un errore non solo morale, ma anche e soprattutto economico. In nome di un riscontro commerciale “qui e ora”, si standardizza il vino italiano, schiacciandone la biodiversità e aumentandone consumo e beva facili.\r\n\r\n 


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