Ancora malinconici a causa del finale dell’ultimo episodio, ritorniamo oltre la Barriera per la sesta puntata di questa sesta stagione de Il Trono di Spade che inizia tragicamente ad avviarsi verso la sua conclusione.

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La grazia narrativa – pur nella sua violenza – manifestata nelle ultime puntate, stenta a riproporsi un questo episodio, che procede a singhiozzi, tra scene che illustrano delle conclusioni fin troppo a lungo attese e ritorni tematici che, in questa fase della narrazione, restituiscono la sensazione di un racconto claudicante.

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Lascia interdetti la sequenza iniziale, il colpo di scena – l’espediente dell’arrivano i nostri è stato usato fin troppe volte nel corso di questa stagione – e il montaggio a raffica che trasforma in maniera goffa le lande al di là della Barriera in un set di George A. Romero.

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Il rapporto dell’uomo con il divino costituisce il nucleo tematico della puntata e definisce ancora una volta il confine tra eroi e vittime. Bella la presa di posizione di Arya Stark nei confronti del suo maestro, che mette in discussione il fascino del Dio dai Mille Volti costruito nel corso delle ultime stagioni. Osserviamo la ragazza confrontarsi con l’ingiustizia della sua missione e interrogarsi sull’esigenza di dare ascolto alla sua coscienza, riconquistando un’umanità rinnovata in vigore e profondità che farà di lei – con ogni probabilità – un’eroina determinante negli equilibri della storia.

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Diversamente, il giovane Tommen Baratheon e la consorte Margaery sembrano soccombere di fronte al fanatismo di High Sparrow e alla sua propaganda, demandando il loro potere e la loro emancipazione nei confronti della corruzione delle rispettive famiglie alla presenza dell’anziano – ma potente – sacerdote. La religione dei Passeri, dopo aver parlato al popolo e aver riunito gli oppressi sotto il suo scarno vessillo, si insinua nelle giovani coscienze della famiglia reale trasformando i due pupilli in fedeli esecutori della volontà degli dei.

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Da burattini eccellenti in mano alle antiche casate, il re e la regina dei Sette Regni cambiano padrone, colpendo la leonessa Cersei Lannister nell’unico punto in cui essa non può reagire: l’amore incondizionato verso suo figlio.  Margaery e Tommen, angelici quanto inespressivi, aprono un nuovo corso della monarchia del Continente Occidentale e vengono accolti da una scrosciante ovazione popolare.

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Il cerchio attorno ad Approdo del Re si sta tuttavia chiudendo – come sappiamo – sia sul fronte settentrionale sia al di là del mare, con la giovane e sempre più agguerrita Targaryen alla guida di un’esercito improvvisamente sterminato. Daenerys, liberatrice di schiavi e distruttrice di catene ci delizia nuovamente con il riepilogo delle sue intenzioni – questa volta a cavallo di drago – trasfigurata dalla determinazione assoluta della riconquista del trono di suo padre. Una mela, però, non cade mai lontano dall’albero e la maschera da condottiera barbara che Dani indossa nelle ultime battute di Blood of my blood ricorda l’espressione di Aerys II – il re Folle che ci viene mostrato in apertura di puntata grazie alle visioni di Bran.

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Da un lato, dunque, la nuova generazione Lannister/Tyrell pia e caritatevole e dall’altra la Targaryen sanguinaria, pronta a distruggere città e saccheggiare villaggi: chi sono, ora, i cattivi?

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