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Uno degli aspetti ha colpito maggiormente l’opinione pubblica riguardo all’omicidio di Sara Di Pietrantonio è che tra tutti i testimoni nessuno si sia fermato a prestare aiuto, nessuno sia intervenuto. Ripetendoci “ io non mi sarei mai comportato così” o “io avrei subito chiamato la polizia” o “ io sarei intervenuto” in realtà consoliamo solo noi stessi perché attribuiamo la presenza o l’assenza dell’intervento prettamente a delle caratteristiche personali: io diverso da loro. Ma possiamo davvero aggettivare come “disumani” coloro che non hanno prestato aiuto?\r\n\r\nQuesta vicenda ricorda l’omicidio della 28enne Kitty Genovese avvenuto nel 1964 a New York. La ragazza è stata aggredita e accoltellata mentre, terminato l’orario di lavoro nel suo bar, tornava a casa da sola di notte. Il particolare della vicenda è questo: l’aggressore ha inflitto una prima coltellata, a seguito della quale Kitty Genovese ha urlato e chiesto aiuto. Le sue grida erano talmente forti che sono riuscite a svegliare molti vicini (il New York Times parlava esattamente di 38 vicini) che, udite le richieste di aiuto, si sono affacciati dalla finestra e hanno assistito al secondo accoltellamento, che è costato la vita alla ragazza. Prima del colpo decisivo lei era riuscita a sfuggire due volte all’omicida, ma qualcuno si decise a chiamare la polizia soltanto dopo che l’aggressore si era dileguato, ossia circa 45 minuti dopo la prima coltellata.\r\n\r\nGli psicologi sociali si sono interrogati molto sulla vicenda, sulla passività degli spettatori,  e hanno sviluppato molteplici esperimenti che cercassero di capire, tramite delle simulazioni di emergenza, quali sono i fattori che ci portano o ci trattengono dal prestare aiuto agli altri. Un fattore che è emerso è che l’intervento è spinto non solo da caratteristiche personali, ma soprattutto da fattori situazionali. In particolare si è visto che quando gli spettatori occasionali di una vicenda sono più persone la probabilità che qualcuno intervenga si abbassa, rispetto a quando lo spettatore è unico. In una situazione ambigua può succedere che non ci si renda conto che sia una situazione di emergenza, se ci sono più persone che non intervengono possiamo essere meno inclini ad intervenire direttamente, ad assumerci la responsabilità, meno capaci di riuscire a capire quale sia il giusto modo di intervenire e quindi meno portati a decidere di intervenire. Vedere la passività negli altri può portarci ad un atteggiamento passivo, e può portarci a sottovalutare la gravità di una situazione. In presenza degli altri ci si può sentire meno responsabili, c’è proprio una diffusione della responsabilità che ci protegge dall’attribuire solo a noi stessi la responsabilità di ciò che avverrà. Se per esempio vediamo del fumo uscire da una casa possiamo preoccuparci, ma poi vedendo passanti che non intervengono possiamo pensare che forse non è niente di grave e che ci stiamo preoccupando inutilmente. Potremmo pensare che “se è qualcosa di grave qualcuno interverrà” trattenendoci dal farlo perché se fosse un falso allarme potremmo provare imbarazzo. In genere siamo più inclini a dare aiuto quando osserviamo un’altra persona che aiuta.\r\n\r\nUn altro fattore che può spingerci ad agire è l’interpretazione e il peso che noi diamo agli eventi. In un esperimento di Shotland e Straw venivano simulate delle aggressioni fisiche per strada tra un uomo e una donna.  È stato visto che il 65% di passanti occasionali interveniva quando la donna gridava “Vattene, non ti conosco”, ma quanto la donna gridava “vattene, non so neanche perché ti ho sposato” interveniva soltanto il 19% dei passanti. L’impulso di intervenire e di prestare aiuto quando i due litiganti sono due coniugi è minore rispetto a quando sono sconosciuti. Anche in questo caso non è una questione di predisposizione personale, di tratti caratteriali, ma è un fattore situazionale, in particolare la norma della privacy familiare che inibisce la nostra azione.


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