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BARI – L’assunzione del boss Francesco Diomede fu per l’Amiu un “atto dovuto”, imposto dalla legge. Per questo l’accusa di falso nei confronti del presidente dell’Amiu, Gianfranco Grandaliano, è stata archiviata dal Tribunale di Bari su richiesta del pm della Dda, Roberto Rossi. Si chiude così un filone della più ampia indagine della squadra mobile e dall’Antimafia sul capo cosca del rione Carrassi.

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L’inchiesta

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Lo scorso febbraio il presidente dell’Amiu fu iscritto nel registro degli indagati, il reato ipotizzato dal pm era quello di falso in atto pubblico e truffa aggravata dall’articolo 7. La vicenda emerse durante un’inchiesta parallela della squadra mobile sulle estorsioni imposte ai commercianti al rione Carrassi dal clan Diomede. Furono le stesse vittime della cosca a far notare agli inquirenti che il loro aguzzino, dopo essere tornato in libertà, aveva lavorato per un periodo di otto mesi alle dipendenze dell’Amiu, in un ufficio alle spalle della Chiesa Russa.

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La ricostruzione

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Grandaliano fu interrogato e spiegò i passaggi di quell’assunzione finita sotto indagine. Diomede inizialmente fu assunto da un’azienda privata per il servizio di pulizia e gestione dei bagni pubblici. A scadenza del contratto, nell’ottobre del 2013, l’Amiu, con una apposita delibera del Comune che prevedeva una clausola sociale, assorbì tutti i lavoratori di quella ditta. Il servizio venne poi affidato con gara, nel luglio 2014, ad un’altra cooperativa che, sulla base della stessa clausola, dovette assorbire nel proprio organico tutti gli operai. Tra questi anche Diomede che, secondo la ricostruzione dei giudici, l’Amiu non avrebbe potuto escludere dall’elenco dei lavoratori.


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