Vita da pedone. Attraversare da Largo Due Giugno al Piazza Garibaldi la città è un piccolo viaggio antropologico. Camminando si misura il decoro urbano, il senso civico, la viabilità isterica negli orari di punta, ma anche la bellezza di alcuni scorci meridiani. Piccole piazze sconosciute, fontane, palazzi prestigiosi o decaduti, edifici di enti pubblici che non esistono più, catapecchie. Ruderi, giardini ben manutenuti o veri porcili. Percorrere viale della Repubblica e viale Unità d’Italia di mattina presto è come un salto nel passato. Stradoni larghi, silenziosi, con la pista ciclabile desolatamente snobbata dai ciclisti. Il percorso congiunge il polmone verde al centro economico della città. Basta un giro di orologio e l’arteria è di colpo intasata. Dopo le 8 il vialone è traboccante di auto, bus e smog. Dieci passi per largo Ciaia equivalgono a una settimana di lavoro in acciaieria per i polmoni del povero pedone. Ci vorrebbe la mascherina, ma i sorrisi dell’umanità che attende la prossima corsa sono un sollievo. Ci sono straniere pronte a salire sulla corriera che le porterà sui luoghi dello sfruttamento, studenti che arrivano con valigie piene di sogni e teglie ancora nei canovacci delle mamme. Amori e baci rubati. Poco dopo ci sono le fermate dell’Amtab, con lo sberleffo degli orari che non coincidono mai con la realtà. Verrebbe voglia di conoscere il nome del compilatore dello scadenzario – numero 4, ore 12; 12,30, 13,15 – per poi invitarlo ad una mezza mattinata in attesa, quando ha un appuntamento fissato per una visita medica o per l’incontro con i docenti del proprio figlio a scuola…\r\n\r\nL’incrocio con l’estramurale fa registrare il picco di inquinamento, al punto che lungo le strisce pedonali che portano al ponticello pedonale di corso Cavour non resta che pregare il dio del vento, Eolo, perché scateni una tramontana o un maestrale in grado di liberarci da qualche polvere mortifera… Il ponticello. Una latrina. Alle sette di mattina è già un lago di escrementi e liquidi. E rifiuti. Eppure da lassù sembra di essere su una torre di avvistamento tra le due Bari, divise da una cortina di acciaio, treni e binari.\r\n\r\nE’ sera. Scendiamo il ponticello lurido. Davanti allo Scacchi c’è la prima roulotte di cartone, un giaciglio ingegnoso che accoglie clochard e sfrattati. Lo stesso involucro cartonato ricompare nell’androne di un paio di “magazzini” di Corso Cavour, domicilio di fortuna di chi non avuto grazia dalla dea bendata. Davanti alla Banca d’Italia ci sono i gruppi di ragazzi che si sfidano a Pokemon go, sulla destra si intravede la movida proletaria al Chiringuito, scarpe tacco dodici tagliano Largo Alberto Sordi per perdersi nei locali glamour del quartiere umbertino. Uno spiazzo desolato nei pressi della Banca Popolare di Bari fa tornare alla mente le inevitabili polemiche sui archeggi interrati che (forse) avrebbero cambiato volto al centro e dato linfa al commercio.\r\n\r\nCorso Vittorio Emanuele fino a piazza Garibaldi è via di incontri e contaminazioni tra l’umanità arcaica del borgo antico e quella moderna della città nuova. C’è la Prefettura con posteggiatori serali inclusi, il Municipio con il Piccinni che aprirà, banche e alberghi. La munificenza di Palazzo Fizzarotti con la sua fascinosa e misteriosa storia. Giunti alla meta, sentiamo gli strali di quattro pensionati alle prese con l’ultima sfida a tressette. “Ho la Napoli, ho la Napoli a spade”. E giù improperi. Non sappiamo come è finita la partita. Dobbiamo già tornare a largo Due Giugno…\r\n\r\n@waldganger2000

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