Ci sono relazioni che nascono in cattività, che sia in un carcere, in un manicomio o in una casa famiglia: il loro racconto è al centro di tre film, apparentemente diversi, che hanno conquistato pubblico e critica negli ultimi mesi. Parliamo di Fiore di Claudio Giovannesi, La pazza gioia di Paolo VirzìLa mia vita da Zucchina di Claude Barras; i primi due sono stati tra i protagonisti degli ultimi David di Donatello, mentre il terzo è un film di animazione, passato quasi inosservato in Italia, ma riconosciuto a livello internazionale dall’Academy di Los Angeles, nelle nomination degli Oscar 2017.

Che trattino di una coppia di adolescenti che scontano le propria pena in un carcere minorile, o di due amiche inseparabili che fuggono da un centro di recupero alla ricerca di vecchi e nuovi affetti o, ancora, di due ragazzini traumatizzati che re-inventano il concetto di famiglia a partire da un’incredibile resistenza al dolore, questi film – con stili assolutamente unici – affrontano lo stesso forte messaggio: proprio là dove dove sembrerebbe esserci solo disperazione, la forza dell’essere umano riesce a superare ogni barriera.

Questi film prendono spunto da tre condizioni già di per sé molto interessanti: la femminilità, l’adolescenza e l’infanzia. Tutti e tre gli universi si prestano a nuove riflessioni, dopo uno storico spesso appesantito da stereotipi e false narrazioni; Barras, Virzì e Giovannesi rispondono a quest’esigenza con un cinema poetico, ma ben attento a non inciampare nella retorica. Il merito dei tre registi è di portare avanti il proprio racconto, dall’inizio alla fine, nella più assoluta naturalezza: nonostante i personaggi soffrano in maniera molto profonda, nessuno di loro si lascia esasperare dal dramma, così come accade nella maggior parte delle volte nella vita reale, che va avanti nonostante i colpi più duri.

Fiore
Fiore

In La mia vita da Zucchina, ad esempio, l’elemento drammatico iniziale è addirittura semitaciuto per la maggior parte del film e il protagonista sviluppa un’emotività interiore che emerge con delicata gradualità nella sua fisionomia animata (il film è realizzato con la tecnica del passo uno), fino all’incontro – rivoluzionario – con la piccola Camille. Claude Barras, con l’aiuto di Céline Sciamma – che ci ha regalato straordinarie storie di adolescenza, con Tomboy del 2011 e Bande de Filles (in Italia Diamante nero) del 2014 – non ha paura di mostrare l’impatto talvolta devastante del mondo degli adulti su quello, delicato, dei bambini: nel film, si parla di violenza su minori, di omicidio, alcolismo, droga, abbandono e maltrattamento, senza mai cadere nel linguaggio da pubblicità progresso, sempre in agguato quando si ha a che fare con determinate tematiche.

La mia vita da Zucchina
La mia vita da zucchina

Meno sorprendente, ma a suo modo certamente convincente, il racconto dell’amicizia tra Beatrice/Valeria Bruni Tedeschi e Donatella/Micaela Ramazzotti, protagoniste de La pazza gioia, miglior film dell’ultimo anno secondo l’Accademia del Cinema Italiano. Il film è una sintesi ben riuscita dell’interpretazione delle due (brave) protagoniste, della regia di un autore brillante – Virzì – e della penna di una sceneggiatrice – Francesca Archibugi – fortemente introspettiva: il risultato sa essere leggero e commovente allo stesso tempo, credibile e surreale esattamente come i suoi personaggi.

La Pazza gioia
La Pazza gioia

Ben scritto, ben girato e forte dell’ottima fotografia di Daniele Ciprì, Fiore è un film toccante, interpretato da Daphne Scoccia (Daphne) e Josciua Algeri (Josh), attori non professionisti umanamente vicini – così come i loro nomi – ai personaggi. I due ragazzi stringono un’amicizia che si trasforma lentamente in amore, pur separati dalle sbarre del carcere dove si trovano dopo una rapina: qui, la ricerca costante di un contatto e la sfida del dialogo, non fanno che aumentare la passione giovanile di questi Romeo e Giulietta delle borgate, fino a un finale liberatorio. È proprio la corsa dei protagonisti di Fiore a riassumere con un’immagine altamente comunicativa, l’unico, grande messaggio dei tre film: per quanto grandi siano i nostri peccati, nessuno può fermare la nostra corsa verso la felicità.

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